p u r e f a k e



oggi
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004

 

 

|Adopt a Fake|

 

*loading*

 
20/10/2004

i vuoti

Avevo già letto Ballard prima, ma poi l’ ho incontrato sovarimpresso a un icona trash di terza [lo pseudo-Lurch dei Munsters – lunga storia] e la cosa mi ha fatto venir voglia di rileggerlo senza le velleità di crudele ispezione dell’immediata post adolescenza. E così dopo ho sempre pensato al cinema splatter quando si parla di Ballard. I miei amici mi danno dell’ignorante per questo, ma hanno torto.
Il fake-pensiero base sullo splatter è questo: è roba che non incarna né descrive l'aspetto più perfettamente pornografico della violenza ma che lo intuisce in modo impreciso, e proprio questo si trova spaventosamente vicino alla sua comprensione. Che splatter e oscenità coincidano semplicemente non capita. Non c’è indagine, e infatti non c’è oltraggio. Davanti al film splatter ricevi solo puri suggerimenti su quanto la brutalità e il dolore possano essere osceni. E’ sempre chiarissimo che non stai guardando nulla di pornografico e che la profusione di gore non è oscena, che non può esserlo per sua natura: una natura finita, impossibilitata – e disinteressata - ad evolversi verso un nuovo quoziente di verità [laddove il termine verità si adopera nella sua più elementare accezzione]. Ecco. Non c’è ragione di sottrarre alla scena qualcosa che è nato per esistergli addosso. Che lontano dalla scena non c'è.
Non so perché l’esibizione dell’atrocità risulti così appropriata a trasformasi in uno spettacolo appetibile e perfetto e così imprecisamente rappresentativo. Lo spettacolo splatter è vistosamente sfasato rispetto alla verità di quanto è atroce, sempre troppo in alto o troppo in basso rispetto al suo ombelico coperto, eccessivamente intellettualizzato o del tutto elementare. Turbamenti e rivelazioni letterarie a parte, penso che lo splattershow si possa guardare solo in modo eccezionalmente ottuso e taciturno. Immaginando ‘quello che forse’ come gli ebeti, in modo incompleto. E dire che allora non vale, che l’esibizione si fa inutile per assenza di *vero*, questo si che è da ignoranti. La mia idea è che valga per sé, indipendentemente dal suo soggetto.
A un certo punto il finto orrore si scioglie dal suo soggetto. Diventa una cosa a parte, quasi qualsiasi cosa eccetto che il suo soggetto degli occhi. Contro l’evidenza lucida del macello in primo piano, contro la sintassi – ecco, quella sì perfettamente pornografica - il film splatter parla quasi solo di altro. E’ il pretesto perfetto per dire tutto ciò che non è sugo e carne oscena e male, una filippica progressista o un vieto monito della nonna o tette maso finalmente in mostra o non conta che altro. Quello che importa non è il "messaggio" in certi film, e i sapienti si diano pace. Questa neutralità acquisita nella lingua dell’estremismo e dell’eversione meraviglia anche me, non dico di no. Alle porte dell’oscenità incompiuta io ci arrivo meravigliata, piena di impressioni infinitamente più pornografiche di un’opinione accurata. E’ il vero show. Originariamente privo di tutto fuorché di spettatori e stilismi. Sempre vicino, mai addosso, sempre un conato, l’infanzia incattivita del creativo. L’impressione è proprio quella di stare in mezzo a qualcosa di simile allo "spettacolo raffinato" di ballard e cioè, parafrasando, a "qualcosa di meno della violenza".
Ecco perchè quando ho deciso di tenere un weblog volevo chiamarlo così, “uno spettacolo raffinato”. Doveva parlare di horror. Quando poi l’ho aperto con i ritmi a cui mantengo le promesse [quindi due? tre anni dopo?], volevo parlare di me e l’ho chiamato purefake, che ora che ci penso è quasi lo stesso.
Mi sono sempre sentita vuota, soprattutto nel senso in cui lo sono i film splatter. Ovviamente mi ci sento ancora, sempre soprattutto in quel senso.






Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:09 | link | commenti (58) |

14/10/2004

ok, mi risposo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

questa deve essere la mia anima gemella.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 21:04 | link | commenti (9) |

02/10/2004

PRINTMAFIA

Printmafia

Sentenziò Kakihara prima di andarsene | 22:13 | link | commenti (4) |

01/10/2004

Soffoco piano, crepo sul collage, posto falsi.

Il Finto Martire esibisce sofferenza insufficiente sotto ogni punto di vista. La sua caricatura del malessere resta patetica, del tutto assente la bellezza proclamata del dolore che ammazza. Non si è strappato le unghie e non si è cavato i denti. Non si è tolto i peli dal corpo. Non ha rimosso neppure la più simbolica delle difese.
Questo dalle mie parti vuol dire che non mi ama. Che non ha diritto di piangere.
E’ come un bambino in contemplazione della sua sbucciatura. Che si levi le croste e assaggi una goccetta di sangue. Francamente non basta a commuovermi, e io non sono una dura e nemmeno io mi dissanguo.

Le faccende pratiche mi assediano. I miei genitori prosperano nella saccarina del non detto, tranquillità artificiale. Immaginano generazioni avvenire, con i loro preziosi geni intrappolati nella curva breve di un sopracciglio. Ci sono attaccati come ogni animale sano, a me non importa.

Forse non è vero che non voglio figli. Forse non li volevo da Lui.

Sono sempre preparata, perfetta. Levigata come una cosa, da cure segrete.
E nessuno lo vedrà. Nessuno.

 

Hitler in tv ha il mio stesso rapporto con i fiori. Non è bello.




Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 21:17 | link | commenti (8) |

26/09/2004

Cinecrofilia 1/n

Vediamo un uomo biondo, capelli corti taglio retrò non ancora impomatato, seduto al tavolo di una taverna che potremmo dozzinalmente accontentarci di interpretare come “antica” e “transilvana”. Quando l’inquadratura si allarga ci rendiamo conto che la taverna finto antica e finto transilvana è un set, e non dei più lussuosi. Badandoci bene, notiamo anche che l’uomo è un Klaus Kinsky visibilmente provato.

Sarà mezzogiorno. Kinsky è assonnato e indossa qualcosa di bianco. Sulla sedia vuota accanto alla sua è disordinatamente riposta una camicia di forza di scena. Stringe gli occhi - liquidi e crudeli, i migliori del mondo, sempre dolenti, sempre - per difenderli dalla poca luce che filtra nello studio. Tenta a più riprese di catturare una mosca che gli ronza intorno, ma i suoi riflessi accusano una notte brava e alla fine non può far altro che fissarsi con espressione istupidita sul volo dell’insetto che gli sfugge, in allontanamento verso la posizione di regia.

Kinsky non crede nel progetto, questo è l’antefatto. Kinsky non crede in El Conde Dracula malgrado gli abbiano assicurato che la scena dei lupi ricondurrà la pellicola nella correttezza filologica da cui si allontanerà in ogni altro fotogramma. Del resto è un film di Jesus Franco, anche se qualcuno – sbagliando - dice il migliore. Kinsky non crede nei film che gira, ci lavora. Ha già deciso cosa rispondere quando lo intervisteranno: dirà che lui è un grande attore, il più grande, e che non ha mai badato al valore intrinseco di una pellicola. Dirà che ha sempre e solo girato per soldi, anche con quella mezza sega di Werner Herzog. Non sappiamo perchè Kinsky faccia questo.

Cambio di fuoco prima del controcampo, seguendo con lo sguardo la traiettoria della mosca Kinsky si è accorto di qualcuno, uno spettatore che osserva le sue smorfie. La mosca che non è più lì, è come scomparsa.Vediamo lo spettatore- altissimo, bellissimo. La sua figura è naturalmente austera, crudele come quella di un istitutore cattivo, di un signorotto in soldi che passa in rassegna i braccianti. Porta con maestria un eccesso di eleganza che risulterebbe tracotante e buffonesco indosso a chiunque altro. Gli occhi sono neri e formali, pieni di storia, e il naso si getta sui baffi grigi con una curva ripida e nobile. Il suo mezzo sorriso tuttavia è inaspettatamente gentile. E’ Christopher Lee e si erge in quasi centonovanta centimetri di fascino ammuffito. Kinksy, che non è poi così alto, biascica fuori campo un’imprecazione orribile.

Lee si porta alla bocca un pugno e dopo aver emesso un piccolo colpo di tosse [probabilmente una persa per il culo] lo lascia ricadere lungo il fianco, ancora chiuso. Il terribile sorriso gentile precipita verso una paurosa mitezza.

Ma passiamo alla soggettiva, facciamo finta di essere Sam Raimi, passiamoci con una ventata di sorprendente dinamismo. Siamo partiti dai baffi di Lee, ora gli vediamo i piedi. Lee si è avvicinato durante l’acrobazia di camera, scosta una sedia e si accomoda al tavolo di Kinsky. Naturalmente tutto ciò non è che un pretesto per far notare con un certo sensazionalismo che Kinsky è scalzo e ha due pollici per piede.

Lee inspira con tutto il sussiego di chi sta per pronunciare la parola del secolo. Kinsky con l’aria avvizzita di chi ha fumato troppo.

Lee ha il suo sguardo Dracula e quella mostruosa smorfia da buono sulle labbra. ”succederà anche a te” prevede, contegnoso come una sibilla.

Kinsky ride sottovoce ma il dracula gentile posa la mano – sempre quella, sempre chiusa – sul tavolo e la apre. Le dita sono candide e spettrali come fiori subacquei, e la mosca a lungo cacciata scivola giù dal palmo e cade sul legno davanti a Klaus Kinsky, morta stecchita.

Christopher Lee si passa la lingua fra i denti e per un istante abbiamo l’impressione di sentirla frusciare. Kinsky stacca una zampa alla mosca e la osserva con attenzione stranissima, come se fosse qualcosa di splendido, di importante, di perfetto.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 21:42 | link | commenti (8) |

25/09/2004

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:09 | link | commenti (2) |

 la fica

 

 

C’è una scena di un romanzo di Doris Lessing [o forse in un suo racconto, non ricordo] in cui la protagonista va a un convegno di sessuologia.

I relatori – maschi, nota lei – spiegano con accademica sicumera che l’orgasmo vaginale non esiste. La protagonista ovviamente è perfettamente conscia del livello di criminale mendacia contenuto in una simile affermazione, ma non si alza per controbattere. Se ne va così, in silenzio, rimuginando femminismi artistici e profondità fuori moda. Segue digressione/lessing sull’orgasmo vaginale che non ho voglia di riassumere.

 

2

Sono davvero molto giovane e sono i novantaqualcosa, ho sedici anni circa.

 

Un giorno chissà come capita nella mia aula un brevissimo pamphlet intitolato [non lo scorderò mai]:  “Freud padre del mito dell’orgasmo vaginale”. Al momento io riemergo giustappunto dalla lettura di quel penoso resoconto freudiano del mito platonico sui sessi, nonché e guardacaso, del simposio, pertanto ho marchiato il padre della psicanalisi col titolo definitivo di “greve ignorantone” e accolgo con partigiano senso di fratellanza intellettuale qualsiasi scritto che  lo screditi. [come ho detto sono davvero davvero molto giovane]

 

Tali premesse stanti, mi accosto all’articolo con la massima simpatia, cadendo in uno stupore deluso laddove mi insegna come le donne “che affermano di aver avuto orgasmi vaginali” siano troppo “alienate” dal proprio corpo per bene interpretarne i segnali.

 

Confusissima dunque,  mi rivolgo ai compagni di classe che nel frattempo hanno elaborato una teoria d’acciaio per negare quanto teorizzato da questa prodiga figlia di Freud padre. Scopro così che i ragazzi di buona famiglia, per nulla analfabeti, niente affatto triviali o degradati, dubitano del monopolio clitorideo ..  non perché sia la cazzata che è, ma perché l’autrice è una separatista lesbica : quindi che ne sa?

 

Io ho sedici anni circa. Non so se devo mettermi o meno a spiegare a costoro che lesbismo e orgasmo vaginale non sono incompatibili.  Drammino.

3
Anni dopo, oggi, racconto l’episodio liceale a questo tale Ma. pseudoamico con velleità parassitario-amorose progressivamente amplificatesi nel corso del mio divorzio.

Lui come sempre ha l’aria di chi ne sa più di tutti. Accondiscende.

[ garbato:]

 la fica è la cosa più nominata e più fraintesa del mondo ,

[insieme ai film molto violenti :  fin qui ci intendiamo , però siamo in tema di fica e scatta il poeta:]

Il Femminile [la fica? Il ricettivo? Sospettare è lecito, indagare non è dato: il poeta non si interrompe] è incarnazione del Naturale,

[ah.]

luogo dell’istintuale

[mbeh]

La donna è creatura lunare, misterica

[mecoioni]

La fica? pure.

[il punto]

Incomprensibile e fascinoso, lucido profumato pantano e pozzo, senza trasparenze, in cui annegare incoscienti, senza più luce alcuna, e inghiottiti dissolversi, dimenticare e nascere.

Nota bene:

a questa immagine nebbiosa e nauseante si contrappone il mondo visibile della razionalità virile, aderentissimo al fallo come strumento di perpetuazione e piacere

 

[così dice il poeta, che con apparente disprezzo della sua linearità elementare sta in verità considerando il cazzo  scopo e misura della fica, come se oltre il suo complemento dato esso non potesse darsi].

 

Soprattutto dice [cioè canta] che il bello della fica è esattamente nel fatto che non si capisce poi molto di lei.

 

 

 

 

 

Il semplice pensiero di dover spiegare a questa gente che sia la fica mi delude e mi snerva.  


Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:05 | link | commenti (8) |

13/09/2004

cinque cose che ho capito nel fine settimana

 

#1 Parlare delle ferite, delle piaghe fori orfizi spiragli, è cosa assai ardua, ai margini dell’impossibilità. Più che un argomento di dibattito sono un magnifico pretesto. Per dire tutt’altro. [e stare in allegria comunque, percarità]. Per quanto mi impegni a seguire una via pulita e intenzionale, qualunque conversazione io intraprenda sull’argomento finisce cannibalizzata dalle associazioni di idee e dalle ramificazioni limitrofe. Non può non esserci un perché.

#2 Tokyo Fist è uno dei miei film preferiti, infondo. Ma è una preferenza timida, insospettabile, spesso rinnegata in favore di candidature più fluenti, veloci e godibili. La mia relazione con Tokyo Fist somiglia a quella che si potrebbe avere con un esemplare della mia stessa specie. Fredda attesa dei rari e folgoranti momenti marcanti lento decorso delle loro conseguenze, che poi saranno altre rarità e folgori e...

#3 Io e l’A. in fatto di donne non abbiamo gli stessi gusti. Esattamente come in fatto di uomini. Il tempo che sgocciola e incanutisce e piega non ha cambiato questo. Mi chiedo fino a che punto questa specie di legge – ormai inconfutabilmente dimostrata – abbia influito nella costruzione del nostro legame aminotico.

#4 Se la divina Rrose dovesse trovare sessualmente insignificante Kakihara [non l’ottimo – e pur appetibilissimo - blogger, bensì il fascionoso platinato sfregiato alla vostra destra] parte del nostro misterico allineamento subirebbe uno slittamento fatale, finendo con l’ostacolarmi, temo, nella già impervia scalata all’asse ereditario dell’amabilissima Zia. Dio non voglia.

#5 L’Alieno e il Pipistrello non era affatto stato rubato/smarrito in quel di umbria jazz: un premuroso trolley lo aveva semplicemente conservato perché potessi fare delle sue prime pagine, al momento del bisogno, un suggerimento contortamente illuminante sul mio rapporto [poco sereno] con la folla di estranei che mi cammina lontano, vicina solo agli occhi. [di questo sento il bisogno di scrivere e lo farò, non appena il pesante rincoglionimento in cui verso attualmente mi concederà una tregua.]

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 22:24 | link | commenti (14) |

03/09/2004

Two heads are better than one*

Siamesi Polposi: Basket Case [F.Henenlotter, 1982]

Dedicato a Herschell Gordon Lewis e girato al limite del dilettantismo ma con un certo stile e da Frank Henenlotter [giuro che cercherò un link decente] all’alba degli anni ottanta. Separati contro la loro volontà, Duane e Belial Bradley sono due fratelli molto legati. Dwain è grazioso ed educato, genere fidanzato timido, ha sempre con se una cesta di vimini. Belial è una cosa gommosa grande quanto un terrier liquefatto ma con le manone, originariamente attaccata al tronco del fratello e attualmente alloggiata nella cesta. Le sue inclinazioni sono comprensibilmente rancorose e violente, da cui il prevedibile sviluppo di omicidi seriali. Belial ha le sue ragioni perché è stato gettato nella spazzatura dopo l’operazione, come un aborto tardivo. Si era dato per scontato che fosse il fratello a non avere alcun bisogno di lui, ma solo il sangue sa cosa può fare di ciascuno un individuo integro ed equilibrato. La natura dei legami viscerali sfugge agli osservatori, popolarmente: la gente non capisce mai quando non è il caso di immischiarsi. Relazioni apparentemente deleterie, irrazionali e morbose hanno il diritto di proseguire se chiamate a gran voce. Mai separarsi dalla propria parte ributtante quando non si aspira a finali grand guignol. I fratelli sopravvivono a almeno due sequel. Il secondo non l’ho mai visto – la vhs l’ho prestata a un amico, circa 4 anni fa. Il terzo è demenziale, Belial però in questo episodio è molto più maturo: se nel primo film disseziona la tipa del fratello colpevole di essersi introdotta nella loro intimità, qui si fa una famiglia con una ragazza come lui [!!!] dandole pure un numero imprecisato di figli [identici ai genitori, non so se è effettivamente possibile ma ammetto che sembra altamente improbabile].

Siamesi Romantici: Lower Bert [Feldstain/Davis, Tales from the Crypt #33]

Myrna ai suoi tempi è stata mummificata viva da un faraone respinto. Enoch è l’abominevole Two-headed Man conservato in formaldeide. Insieme sono le star in un side show anni 50 diretto da un sedicente egittologo e da un imbonitore senza scrupoli. Sistemati ai due punti diametralmente opposti dell’arena non fanno che fissare l’uno le orbite morte dell’altra e Amore, si sa, passa dagli occhi. Resuscitati in una notte buia e silenziosa i due riescono a dar seguito alla propria passione con l’inconsapevole complicità di un giudice di pace cieco, a malapena insospettito dal tanfo degli sposi. Enoch è presentato come un unico individuo, anche sua madre si riferisce a lui al singolare. Myrna sembra essersi innamorata di un unico cadavere, eppure le facce sono identiche, gli occhi sono 4 ma sembrano tutti espressivi al medesimo grado [considerando che si tratta di uno zombi non molto elevato]. A volte va così, due cervelli e nemmeno un conflitto. Però c’è un canovaccio romantico che associa nel massimo candore il sesso più proibito che ci sia, quello necrofilo, e l’accoppiamento legale del matrimonio: all’apice della masturbazione potrei asserire che la vera storia di siamesi mostruosi sia proprio questa.
Una nota curiosa: il frutto degli amplessi decomposti di Myrna ed Enoch sarà nientepocodimenoche The Vault Keeper, figlio deviante ma pur sempre legittimo [ cfr: l’immacolata concezione del nostro Zio Tibia, venuto su dal rogo del dungeon in cui uno pseudo mad doctor collezionista di mostri tratteneva le sue creature].

Vorace : L’Orribile Gemello [R.Bloch, 1939]

Incantevole raccontino dal padre di Norman Bates, secondo me abbondantemente ispirato da Freaks [naturalmente non dalle graziosissime sorelle Hilton]. Una “meraviglia senza braccia” scrive con i piedi la strana storia del signor Vomar, come lui ospite della pensione per freaks in cui alcuni artisti mutanti dei side show stagionali trascorrono l’inverno. Vomar è un bel giovane sfigurato da un ventre incredibilmente prominente, sotto gli abiti nasconde infatti un minuscolo gemello [poco più piccolo di Belial credo] simile a un neonato deforme. Costretto ad esibirsi dalla tragedia economica del ‘29 ma fondamentalmente introverso, Vomar non partecipa alle allegre scorpacciate fra colleghi e resta chiuso nella sua camera, rifiutandosi di diventare uno di loro e guadagnandosi l’antipatia e il sospetto di tutti. Ad onta della fama di misantropo, quando il narratore gli propone uno scambio di libri e viene invitato a visitare la sua stanza, Vomar si rivela colto, bibliofilo e appassionato di teratologia. In breve seguono anche rivelazioni meno piacevoli: l’uomo sul ventre è perfettamente senziente, parla, usa aspirare l’energia e le conoscenze del fratello più grande e, last but not least, non è contento della convivenza e intende separarsi. Cosciente dell’impraticabilità della via medica alla scissione il perfido piccoletto ha predisposto un inquietante piano b e curato per interposta persona la sezione esoterica della biblioteca di Vomar. Lo troveranno a missione compiuta, cresciuto e pasciuto, tutto intento in soliloqui sul cadavere rinsecchito del fratello. Tanti dettagli ne fanno più il resoconto di una solitudine depressiva che non di un legame morboso. La trama pura è praticamente l’opposto della storia dei Bradley, pur facendo ricorso al medesimo stereotipo : l’entità fisicamente più debole ricorre al centro misterioso del vincolo biologico per far valere la maggiore personalità. Qui non c’è intromissione, per vigliaccheria del narratore che pur intuendo l’abuso si è lasciato sopraffare dall’angoscia, ma soprattutto perché l’intervento della specie umana è già stato valutato e giudicato impossibile. In questo caso la natura dei legami viscerali è sfuggita a tutti, gemelli compresi, visto che il superstite non sembra granchè autosufficiente. Naturalmente ci si chiede se l’operazione sia stata scartata solo per non sacrificare il cattivo. Molto bella anche come storia di vampiri non glam, anti - pizzi e seduzioni.

*il primo post per cui mi sono fatta seriamente il culo a trovare in rete le immagini di Myrna e Enoch. Una fatica porca, ma il mio Duane apprezzerà. 


Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:28 | link | commenti (15) |

01/09/2004

Devo sempre aspettare che sia notte per fare tutto. Come per i vampiri la luce è un’attesa, un sospeso militare, a buon rendere, ma più frivolo. Dopo la lunga chiacchierata ero così prossima alle dolcezze del sonno che stavo per andare a dormire con i capelli pieni di crema. L'acqua in testa mi ha svegliata e vorrei ricominciare a parlare, chiarire l'ovvio e districare le omissioni. Il mio confessore siamese però è andato, perlomeno non posso fiutare le sue tracce di vita. Non sto guardando il poliziottesco su rete 4 e All Night Long 2 – uno dei pochi rape & revenge al maschile- mi ha delusa, per via della penuria di sesso e violenza. Detesto il taciuto. Il quoziente di verità nelle altrui supposizioni è incalcolabile, per stabilirlo bisogna fidarsi. Mi prendo una consolazione splendida come se l’avessi comprata e vado a dormire.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:20 | link | commenti (10) |

29/08/2004

Meno di fake

Non mi ricordo l’espressione esatta che dice “sono contenta di essere qui”. Non mi ricordo a chi lo raccontavo, che quando esco mi sento la versione proletaria di quel personaggio di Ellis [tanto sono tutti uguali – insinuò lei sottovoce, assumendo improvvisamente un’aria raffinata] che torna a Hollywood dal college e comincia a girare per feste anni ottanta: nessuno manca di notare che è pallido. Beh. Non me la sento di raccontarmi bugie su quanto sarebbe appagante consumare home video fra le cartacce, autosufficiente e costante come un eroe felicemente abbrutito, per il resto dei miei giorni. In verità preferirei non avere sottobisogni sociali, ma mi capita di desiderare l’intimità dovuta di un passato comune qualsiasi, di progetti condivisi e domani simili a quelli di certe persone intelligenti che ho conosciuto, intelligenti quando le ho conosciute. Così succede che mi chieda che fine hanno fatto Tizio e Caio, quanto tempo dovrei restare al telefono se decidessi di chiamarli e quanto pietosa sarebbe la scusa per l’ennesima e ultima buca mollata, in quel freddo inverno del 1932. Potrei chiamare uno caso, il più adorabile, il meno feroce.

- Pronto?
- ehm… pronto.
- Si?
- Eh sono… uhm… C’è H.?
- Uuuhhhh, non ci posso credere! La Gloster! – pausa, risatina – Che merda! La cara estinta! – risatina, pausa - Ti sei reincarnata o cosa?
- Eh-eh-eh. cosa.
- Dai, mi fa piacere sentirti, come stai? Che fai? Sei sempre con lui?
- Bene, eh oddio, benino. Stavo digerendo adesso. Ma lui chi? Ah si, no, non più.
- Ah ecco.
- Eh ecco: e tu che mi racconti eh?
- Beh sai sto dando la tesi…
- Ancora?
- … Sto dando la mia seconda tesi, Richard…
- Oh, immagino. Con la disoccupazione che c’è oggi dopo storia dell’arte medievale un bel 110 in filologia umanistica ci vuole.
- … In scienze bancarie, Richard. E aspiro alla lode.
- Beh sembra - deglutisco- interessante.
- Senti stavo proprio uscendo per vedermi indovina-con-chi?
- Con F., attualmente tua moglie, immagino. – nomino una tipa brutta in culo ma in compenso col cervello di una playmate [non me ne vogliano le palymate, è un modo di dire], cercando la battuta sul tempo che passa e tutto stravolge.
- Fuochino.
- F- fidanzata?
- Infatti.
- Quindi non sei più gay.
- Non lo sono mai stato. – e questa è una minaccia.
- Ma..
- Vieni con noi o sei diventata astemia? – mi interrompe, molto ma molto meno gentile di prima.
- Lo sono sempre stata.
- Simpatica.
- Grazie. – spavalda, salvo poi mormorare in tono viscidamente pentito – … comunque così, chiamavo per un saluto...






























Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 20:52 | link | commenti (21) |

28/08/2004

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:34 | link | commenti (5) |

26/08/2004

Rotaie

 

L’effetto che mi fanno i treni è cambiato. Mi sembrano minacciosi e c'è un motivo. Le loro grida mi hanno seguita per tutta la notte, insieme ai tentativi di approccio dell’umanità varia e bianchiccia che infesta i vagoni dopo il tramonto. Nessuno si sente al sicuro e tutti vogliono parlare, con chiunque, purchè sembri vivo e abbia con sè un bagaglio voluminoso a provare il proprio diritto di onesto viaggiatore contro ogni sospetto di Martin-Wampyr con piccola borsa e grandi lamette.

Vorrei lavarmi, vorrei una sigaretta, ora non si fuma più in treno. Mi chiedo cos’è che comincia a mancarmi oltre la nicotina, a scavare fossi inguaribili da ogni sazietà che già conosco. Fondamentalmente non c’è nessun ritorno, sto solo lasciando A. e una città carina ma aliena, che non mi riguarda. Non ho motivi per tornare a casa e presagisco sapientemente i ristoranti e la noia che verranno. E’ l’ultima settimana di Agosto e casa è il nulla, è un futuro effettivo, vuoto, una potenzialità misteriosa, un fantasma. Non ho nulla lì ma è proprio dove devo stare. E’ il mio posto.
Dovrebbe ferirmi capire che la mia presenza in uno spazio annientato e di nuovo crudo risulta infinitamente più appropriata che in qualsiasi altro. Dovrebbe dispiacermi, ma fra me e una salutare forma di rimpianto c’è ancora l’incapacità di perdonare e così sono neutrale. E’ come una disfunzione, o un’anomalia congenita. Come se mi mancasse una ghiandola, una valvola, un apparato della clemenza, semplicemente quella cosa, l’organo piccolo che secerne il perdono io non ce l’ho. Ed è come dicono immagino: dall’indulgenza discende la capacità di vivere seguendo i propri desideri. Ora i miei non so conoscerli a fondo, non immagino neppure cosa potrei volere adesso se avessi perdonato davvero anche solo una volta. Oltre la furiosa damnatio memoriae di tutto quello che ho respinto non c’è nessuna cicatrizzazione, ho tenuto vivo ogni graffio secondo la mia natura. Per intransigenza, nemmeno per rabbia, nemmeno per dolore. Avverto un certo lezzo di spreco, vago, untuoso, dal finestrino chiuso. Dopo l'ultimo cambio atterro in una stazione locale, di gusto fascista. Di notte è bella, e visto che sono inquieta posso cogliere le potenzialità horror di ogni ombra e di ogni vecchio lampione.


Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:34 | link | commenti (18) |

24/08/2004

Torna a casa Richard
[Near Death Happiness]


Non so perché a volte faccio a meno dei sottotitoli. Mi distraggono, forse li collego inconsciamente al chiacchiericcio dei bisbigliatori logorroici da sala. Mi irritano e basta.

Guardavo così STACY – the attack of schoolgirls zombies.

Non conosco una sola parola di giapponese e ho smarrito da qualche parte le lievi memorie della recensione che deve avermi spinta a procurarmelo. Supponevo si trattasse di un trash, e in un certo senso è così. Le stigmate del low budget con buone idee ci sono tutte: qualche soluzione di regia provvisoria, quel poco di déjà vu non ascrivibile all’intenzione citazionista [pure quella perfettamente b-non-più-b], gli inserti demenziali talora un po’ stranianti, lo splatter abbondante e onorevole anche se dilettantistico, e – primo vero purtroppo - attori la cui incapacità attraversa il baratro linguistico senza intoppi pur di sedermisi sulle ginocchia, discreta come una pornosegretaria assai B.

L’esile versione della trama per come l’ho capita in giapponese mi è stata confermata dalle recenti ricerche su internet. A dispetto del titolo, che prometteva sangue caciarone e balasamico da versare sul mio morale a terra, si tratta di una storia malinconica che sprizza metafore cupe da tutti i pori. Voilà:

Per motivi non meglio identificati le ragazze giapponesi adolescenti si trasformano in zombie. Dopo una rapidissima morte risorgono come cadaveri antropofagi e vagano con le loro delEziose uniformi scolastiche divorando quel che di vivo gli capita a tiro. Unica avvisaglia dell’imminente decesso è la cosiddetta “near death happiness” , una sorta di immotivata euforia che si impadronisce delle STACY – nome in codice per teenager risorgenti – appena poco prima della mutazione. Il commando d’emergenza Romero provvede a quel punto a trovare e abbattere a fucilate le fanciulle putrefatte in un tripudio di amputazioni, ossa, viscere e grandi calibri. Fin qui lo sfondo: un vero spasso. Orbene, un silenzioso artista di mezza età, creatore di marionette [prego ammirare l'unica di cui ho trovato la foto sul web] bellissime e lugubri, cade in una straziante infatuazione humbert humbert per una STACY in uniforme in piena NDH, che desidera essere uccisa da lui al momento opportuno. I due trascorrono insieme il lasso di tempo che separa l’entusiasmo artificiale della ragazzina dalla sua trasformazione in un morto vivente, consumando un amore crepuscolare e del tutto privo di speranza.

Bene, ok, non è proprio Terror Firmer ma nemmeno il soggetto più triste che abbia mai sentito. E’ emotivamente interessante ma non sembra il genere di cosa che possa infettarmi di tristezza davvero, soprattutto perché il film a tratti è schiettamente esilerante. Lo guardo serenamente, godendomi le pubblicità di armi dal design mattel che la televisione consiglia a chiunque abbia una scolaretta in casa. Senonchè L’ Humbert nipponico a un certo punto allestisce per la sua Lolita uno spettacolo di marionette, mette in scena una storia abbastanza triste da sfondare l’euforia posticcia, per levarle dalla faccia il sorriso implacabile che la condanna alla morte e dopo al peggio.

Non ho afferrato completamente, ho solo guardato le marionette agitarsi sul palcoscenico piccolo piccolo e blaterare in giapponese. Un gatto e un ragazzo sono amici, la loro storia è unica e silenziosa e stanno sempre insieme. Un giorno però il gatto torna senza una zampa. Qualunque cosa sia successa, il ragazzo non ha saputo proteggerlo dall’amputazione, è disperato ma impotente. Io invento nei suoi gesti un vago senso di colpa. L’animale fugge e il suo amico lo insegue in un bosco Biancaneve con querce scheletriche viola a cui il burattinaio inginocchiato oltre sipario imprime una rotazione forsennata. Scoppia pure il temporale e lui non trova il suo gatto, si perde nella foresta nera. A un certo punto, sotto fulmini e tuoni, il ragazzo si trova davanti a una grande carcassa. Il cumulo inerte di macerie è un corpo meccanico? Onestamente non lo so, era cartapesta e io non so il giapponese, così l’ho interpretata come astronave caduta: immagino non sia così ma il film vero lo vedrò un’altra volta, con i sottotitoli e tutto. Quel che importa ora è che il ragazzo fissa la cosa aliena ferma e morta nel bosco, capisce qualcosa e urla l’ultima volta il nome del suo gatto. Poi c’è un altro lampo e la piccola figura oscilla e cade svenuta. Dopo il placarsi della tempesta il gatto nero ricompare, sveglia il ragazzo strusciandogli contro il muso e quello apre gli occhi e nota che il suo amico ha una zampa nuova, tutta bianca e grottescamente incollata al corpo nero… a questo punto è evidente il legame fra la carcassa nel bosco e il nuovo arto del gatto. Un genere di legame che gli ha guarito l’amico ma di cui il ragazzo non è e non sarà mai partecipe. Forse è un lieto fine, ma la zampa bianca in un certo senso li separa. È un colpo affilato fra loro. Il gatto torna a fuggire nel bosco, il ragazzo ricomincia a inseguirlo e a chiamarlo e lo spettacolo finisce.

Io sto là e piango “come una nonna”, come direbbe Kurtz. Tiro su col naso dietro la luce bluastra della tv di notte e mando ogni tanto singhiozzi bassi di petto, radissimi. La Stacy invece sparge solo una lacrima artificiale ed estetica, ma tanto ad Humbert tanto sembra bastare. Il resto del film è allegro anche se davvero leggero. Poche ore dopo il mio DVD esalerà l’ultimo respiro, ma io ancora non lo so. Near Death Happiness.



Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 20:29 | link | commenti (23) |

10/08/2004

celle 

C'è qualcosa in loro che ricorda l'assortimento provvisorio e il vago rancore di due compagni di cella. Gente che non si è scelta davvero. Stanno uniti per la tirannide ardua che le consuetudini sempre esercitano. Tutte le loro fragilità si intersecano nei sorrisi rimandati e nelle dite intrecciate sul bracciolo. Economico e liscio, come un pavimento scadente. Dicono che si amano. Io penso solo 'patetico' e cerco un bicchiere di vino. Sento la mancanza di invidia farsi forte e orgogliosa come un sentimento attivo, come amore o rabbia o altro che non sia un difetto.
Non ho modo di dichiarare la mia differenza dal loro sentire sensato e dalla loro annedotica coniugale. Un'aggressione non avrebbe senso, e se fosse compresa risulterebbe crudeltà nuda e pure sprecata. E' cosa che non può essere detta questa, così mi riduco a suggerirla in una postura ambigua, in una reticenza difettosa deglutita appena.

Scivolare verso lo schienale tacendo e voltarsi verso di lui. Vederlo assorto e sereno. Accorgersi che annuisce al ritmo indefinibile della concordia e dell'ignoranza. Sapere che non si accorge di nulla e sentirmi insoddisfatta. Per la prima volta insoddisfatta. Avvertire la differenza ardente fra la frustrazione e l'infelicità congenita di sempre, fra la dignità del morbo incurabile malattia perfetta e questi fastidi minori dell'anima. 
Semplice [in]sofferenza, umile e umiliante.

Appena mi allontanerò dalla stanza parlerà di me. Come se fossi una donna dai capelli chiari. Un'altra, e senza miserie in testa.



Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:11 | link | commenti (5) |

01/08/2004

un autoritratto per gradire.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:49 | link | commenti (10) |

27/07/2004

salutare in fretta

 

Tutte quelle storie fallite accalcate nell’involucro esiguo dei saluti solo per dire mai più o pur di non dirlo. Tutto sempre pensando al modo più adatto a farsi ricordare, e cioè a non andare affatto, a restare per lo meno così. Installati in un cavità fortuita come sporcizia sotto le unghie di un ricordo, rimanere ad attendere in un silenzio da schiavi nel sottosuolo degli antefatti o nell’incubatrice delle recriminazioni. Stare in penombra fermi e umidi e imbarazzanti come le prime repulsioni. Come quando ci si è baciati molto e poi un giorno il sapore della saliva sa di avariato e ogni caldo disgusta o fa sospettare tracce di impurità. Non si vuole più essere toccati, non senza motivo, e i segni del sesso diventano nauseanti, umiliazioni inutili e goffi segnali di indigenza da cui distogliere lo sguardo chiedendosi solo quand’ è che smetteranno.

 

 

 

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 19:43 | link | commenti (16) |

24/07/2004

[non] tutto è morte

 

è dimostrato che
- parafrasando la Crawford -
chi sinceramente e fortemente vuole l'uomo della porta accanto
ci va, alla porta accanto.




Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 20:56 | link | commenti (3) |

Riesumazioni, indiscrezioni varie

 

E. riemerge dal buio, semplice e preparato come uno spettatore silenzioso. Ci scambiamo storie enormi al ritmo accelerato della conversazione telefono e caffè. Gli spiego che non ho un cellulare. Non è vero, ma è meno imbarazzante della verità. Ne ho uno che non accendo mai, di cui non ho mai saputo né mai saprò il numero a memoria. Disapprovandone il design, tendo a nasconderlo sotto i cuscini, non necessariamente miei, e lì lo dimentico.

E. ha un accento lieve ma onnipresente e la pancia sexy. E io ci tengo a lui.

 

Non vado a dormire. Sto rispolverando vecchie amarezze, senza perché. Forse è il richiamo oscuro di un monito che vuole farsi ripetere a tutti come aforisma o mantra, come non so cosa . Forse è l’assuefazione a una specialissima forma di astensione che pretende moventi da negare ogni giorno.

 

So che a volte aiuta ritrovare una sensazione intatta, pulita di ogni orma. Una fessura soddisfacente e dolorosa, proprio come la prima volta. Qualcosa che le trascuratezze e le intenzioni non bastano a lavare. Una verità bruciante.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:21 | link | commenti (7) |

22/07/2004

Ennesima bozza di template per il fake. versione estiva.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 22:59 | link | commenti (7) |

Pregiudizi fatti in casa

 

Tra le tristi mura degli atenei gira una gran quantità di trucchi e soluzioni per farsi un’idea del genere di informazioni contenute in un saggio e perfino sul suo valore scientifico senza leggerlo davvero. C’è chi consiglia di sbirciare il capitolo più interessante in tutta fretta con il "metodo Kennedy", chi preferisce consultare la bibliografia come se l’autorevolezza delle fonti si trasferisse automaticamente a un testo che si presuppone in qualche misura derivativo, chi sostiene di poter desumere da un indice analitico intuizioni che nemmeno il signor Holmes e così via.
Io ho sempre diffidato di questi escamotages, anche se ammetto di averci fatto ricorso in un paio di circostanze, solo alle soglie della disperazione. Ora che navigo nella blogosfera, che per sua natura pullula di indicazioni e percorsi e citazioni e richiami, mi rendo conto di aver  riesumato inconsciamente questi mezzucci da fuoricorso per applicarli all’opera dei bloggers.  Ho scoperto che per qualche ignota e tuttavia relativamente rigorosa legge le strategie e i segnali che in una biblioteca normalmente conducono al tedio di una sopravvalutata marchetta compilativa lontanissima dalle tue esigenze bibliografiche, nello splinderuniverso rivelano con scarso margine di errore se quello che stai per leggere ti piacerà o meno, se ti servirà oppure no.

Fra i molti segnali da notare prima di [o per decidere se] accostarsi ai contenuti, quelli a cui mi affido con maggior fede sono i banner dei famigerati Test di Personalità, esibiti nello spazio che le templates preconfezionate suggeriscono di usare per una breve presentazione di sé, sopra o sotto i link e l’archivio.  Non mi riferisco agli esiti dei test che non leggo mai [se disprezzo e non cago gli pseudo Myers-Briggs figuriamoci quanto può dirmi un pulsantino che certifica che a che sapore, colore odore o modello di perizoma corrisponde uno sconosciuto]. Parlo proprio del test in sé, e in particolare del
Dante’s Inferno Test e del Personality Disorder Test: su base empirica posso affermare che la presenza del banner/risultato di uno di questi test riduce al 25% le possibilità di trovare nel log qualcosa che mi interessi/attragga/arrapi, mentre la compresenza di entrambi le fa crollare a uno striminzito 5%.

Per ragioni misteriose che ancora non ho indagato, se il test è incluso nel corpo di un post invece di occupare una posizione d’onore sulla struttura di pagina, perfino gli infallibili Dante's e Desorder perdono la loro funzione riassuntiva, costringendomi a rivolgere attenzione ad altri segnali o perfino e addirittura a leggere il blog rinunciando alla compagnia preliminare del mio fiammante pregiudizio fatto in casa [!!].

 

A me comunque piacciono questi test. Li ho fatti tutti [o quasi] nei lunghi e languidi e tormentosi nanosecondi di digestione post pausa pranzo che non trascorro bovaristicamente appollaiata in finestra a puntare con lo sguardo la direzione vaga della pasticceria dei miei sogni e del dessert ideale che sono troppo pigra per raggiungere a piedi.

Purtroppo non ho trovato molti blog che espongono gli esiti dei Quiz Liquidgeneration e io non posso certo farlo senza trasgredire al feticistico rispetto per l’assetto grafico del mio, ma ho il presentimento che un’eventuale accoppiata, chessò, M. Jackson/Movie Villan potrebbe costituirsi come nemesi ideale del temuto binomio Dante’s Inferno/Personality Desorder. Naturalmente per verificare ci vorrebbe una blogstar disposta a lanciare la moda.




Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 17:10 | link | commenti |

21/07/2004

Appunti

La tua nuova dea mi piace immaginarla grande di corpo, con le unghie corte e rotonde e un vero seno anni settanta di quelli che piacciono a noi. Deve muoversi in penombra e risultare piacevolmente ottusa nel suo perfetto fumare, con le gambe accavallate e la battuta relativamente pronta. Mi piacerebbe che avesse un lieve difetto pronuncia, qualcosa che di tanto in tanto la costringa a ripetersi con aria seccata.
Una donna intelligente ma irrimediabilmente superficiale [è possibile sai, ed è proprio quello che ti serve]. Bella ma non invincibile, così come è il caso, piena di fascino niente affatto patinato, una seduttrice discount che non approfondisce le questioni di potere e non si concentra sulla carne.
Vorrei che ti ricordasse me solo in qualcosa di assolutamente marginale. Per esempio potrebbe sapere a memoria una parte di qualche tragedia, certo, ma non di quella che so io. [Che ne dici di Madame de Sade?]
Sarebbe bello se si fissasse con una maglia al mese e portasse sempre quella per trenta giorni di fila, ignorando il centinaio di alternative nell’armadio ma cambiando comunque make up ogni volta che trova un cesso con lo specchio. Una sicura di sé, non so se mi spiego. Che dice qualcosa e dopo ride. Una che non bada alle nostre memorie ferme come gli squali nel tempo, e dentate, e tu puoi scioglerti nel suo fumo, in lei che fa cose emotive e legge troppo in fretta le parole dei fumetti. Con i sandali e i bracciali, i gioielli piccoli da seminare nelle stanze altrui come un profumo. Una che non ascolta gli aneddoti perché vuole le storie. Così fresca, così artistica.

Solo i pochi, gli eletti, avrebbero l’intuizione splendida di mettersi ad adorare una dea così. Perché per certe cose serve un estimatore, uno specialista malinconico, un feticista di somma dottrina con quattro cinque adolescenze alle spalle. Ci vuole un uomo elegante, di originale purezza e sotto sotto ambizioso, e paziente nel raccontare.
Tu puoi diventarlo, così sceglierà te fra tutti gli altri eletti. Vivrete felici e contenti e lei smetterà di sorridere ai gatti quando cammina in strada. Smetterà giusto il giorno prima di conoscerti e tu non scoprirai mai che in passato aveva questa abitudine.





Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 22:32 | link | commenti |

09/07/2004

Splatter?

Herschel Floyd, il produttore/regista - scheissmeister, gran mogol della Trauma Productions , Inc., precedentemente nota come Goldenrod Productions, campione del pompino in Technicolor. Ciò accadeva prima, naturalmente, prima che il video soppiantasse il cinema in quanto strumento privilegiato per l'intrattenimento degli adulti, e la massa dell'industria del cinema pornografico affondasse come un mastodonte in una pozza di catrame.
In un mondo più fortunato, sarebbe affondato con lui il gregge.
- Ma questo non è un mondo molto fortunato, vero? - chiese Phil alla maschera che teneva in mano. Quella assunse un'espressione seria. - Nossignore.
Perchè Herschel Floyd si reputava assai più di un mercante di maialate. Herschel Floyd era un auteur. Herschel Floyd era un mutante con istinti di sopravvivenza che avrebbero fatto arrossire uno scarafaggio, ed era perciò passato all'unico genere dove la gente con un minimo di soldi e ancor meno immaginazione e assolutamente nessun talento può ancora imboccare dei colpi di fortuna.

Craig Spector - Il Calco

Che cosa vende Herschell Gordon Lewis oggi? Da quanto tempo prepara un sequel del sequel, osserva infido gli agnelli? E' al corrente di questa arguta crasi del buon Spector, che gli rimescola la reputazione cruda e che gliela impasta al sapore asciutto del lattice? Ha mai passeggiato in un museo egizio, con le lenti da secchione su per aria a ingigantire teste canine sui colli severi degli dei? O in un parco con le braccia incrociate dietro la schiena, le dirta annodate attorno al giornale in una scultura artritica? Perchè ci siamo perdonati la dolce, dolcissima, banalità di immaginarlo come un vecchio qualsiasi e di supporre che abbia meritato la quiete per il semplice fatto di aver raccolto molto biasimo?

Soprattutto, quella storia sulle sopracciglia perfette del perfetto villain mediorientale l'ho letta in un libro vero oppure in uno che ho inventato?
Non dimenticavo una data di edizione, mai e poi mai avrei immaginato un libro o concepito pensieri da personaggio.

Vorrei trovare qualcosa di scritto. Impossibilmente, scritto per me. Da una nullità assoluta, che non faccia paura e non chiami rispetto. Qualcosa così che sostituisca quest'estate all'ultima che ricordo e all'unica che ricordano i miei sensi, appena esposti al caldo e al genere di rumore che sto ascoltando adesso. Vorrei imbattermi in un cifra fatta di allusione, non di crittografia. Come le citazioni troppo semplici, quelle *nascoste* nei romanzi apposta per farsi trovare e compiacere i lettori con un'illusine di specialismo dolce e ingannevole quanto un abbraccio. Un segnale perfetto di ritrosità apparente, disposto a dire ogni cosa. Un mistero facile è quello che mi serve adesso, condiscendenza di dieci giorni.

A fra dieci giorni, tanti baci.





Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:59 | link | commenti (1) |

03/07/2004

Trailer

Visionando i trailer originali che in alcuni pacchetti DVD vengono fatti passare per "extras" ho notato con una certa angoscia una bizzarra ricorrenza: prima ancora dell'apertura dello spot appare un avviso per assicurare che la preview è stata approvata e considerata idonea per ogni tipo di audience.
Ho come il dubbio che in America [paese che notoriamente si illude di poter far contenti tutti, ma proprio tutti, i consumatori] sia obbligatorio fare del trailer di Kill Bill qualcosa di adeguato ai bimbi che lo vedranno in TV ed esporre questa sorta di lasciapassare prima di proiettarlo. Mi informerò a riguardo.
Intendiamoci, finchè la questione è limitata alla pubblicità non mi interessa più di tanto. Obbligo o consuetudine che sia, di certo non basta a procurare la mia indignazione. Solo che è un sintomo. Il sintomo di un mondo di adulti infantilizzati, ridotti a consumare per lo più prodotti tarati sull'infanzia, a meno di non cercare qualcosa di esplicitamente diverso. Non so quanto sia giusto, di certo non è divertente che la società tutta debba farsi tutrice dei figli di alcuni e abbeverarsi prevalenemente di intrugli standard a misura di minorenne. In un contesto simile non è affatto ridicolo che l'espressione "per adulti" venga universamente considerata un sinonimo perfetto dell'aggettivo "pornografico".
Io non riesco a sentire l'infanzia in generale come mia progenie. Non vedo in ogni minuscolo corpo il seme e il futuro della mia specie. Non avverto il minimo senso di accudimento verso bambini che non ho generato, che non genererò, le cui vite e le cui esigenze di mini consumatori non mi riguardano. E vorrei che se ne occupassero i loro genitori, che se ne occupassero senza pretendere [prendersi] la mia collaborazione e predisporre precauzioni da signor Hays. Mi piacerebbe che la pubblicità di Kill Bill fosse fatta innanzitutto per me, oppure che quella della Barbie riuscisse a catturare il mio interesse suggerendo insospettabili morbosità e ributtanti mutazioni sotto il rosa o straripando di insinuanti ma controverse allusioni politiche.

La pubblicità di certa roba è per me. Non mi frega degli altri bambini.





Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 17:03 | link | commenti (17) |

30/06/2004

Io non credo in certe cose. Però.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 21:27 | link | commenti (3) |

29/06/2004

Nonostante Gamera

L’ultima notte del Fantafestival. Ce ne stavamo al Savoy, io e questi sconosciuti, senza chiederci chi avrebbe vinto quell’anno, infinitamente lontani dal rimuginare perle di critica che si sarebbero sparse via ftp nei giorni avvenire.
Lloyd Kaufmann si aggirava per il Savoy, ma non ero del tutto di sicura di essere in grado di riconoscerlo: da sempre [e per quanto lo veda piuttosto spesso] gli attribuisco fra me e me le fattezze di Mel Brooks, mica le sue. Comunque era lì perché dopo il primo spettacolo serale ci sarebbe stata la presentazione [forse anteprima italiana addirittura, non ricordo] di Citizen Toxie, ultima fatica del vendicatore più butterato che ci sia. In questo episodio [#4] la versione Troma del classico supereroe atomico doveva finalmente incontrare la sua nemesi. Da anni mi chiedevo quando sarebbe successo, ma tanto avevo già deciso da una settimanella di non assistere.

Ora scusate tanto, lo so che non è “cool”: a me non dispiace il cinema fatto strano, ma continuo intimamente a preferire quello fatto bene, indipendentemente dal tasso di “bizzarro” che contiene. Apprezzo alcune cose Troma, ma non sono disposta a radermi la nuca e vestire il saio di fan, o svestire quello di aspirante Tromette. I profilattici assassini sono simpatici, le nonne idrofobe sono un divertissement grazioso, lo psycho F’n F di Terror Firmer è uno spasso e quando guardo L’Insaziabile, dopo metto sempre su anche Cannibal – The Musical!, ma questo è tutto.
Ho preso le vhs di American Trash, non odio chi fa i soldi e sta sicuro in una nicchia calda del mercato, non mi spreco a coprire di disprezzo monastico uno che fa i soldi vendendo un prodotto rassicurante come pura mondezza underground. Ciò premesso, se non aborro il populismo del buon Lloyd ciò non vuol dire che me lo debba bere. E’ uno dei tanti troppi Maurizi Costanzi dell’Other Side de Noantri, forse il più simpatico, può darsi il più allegro, ma è uno di loro, e avrebbe riempito la sala ben oltre le condizioni di sicurezza e io odio l’aria troppo usata. Perciò mi ero ripromessa di guardare il film che precedeva Toxie per poi rifugiarmi in saletta 4 a guardare quel che passava il convento non appena l’imbonitore furbastro avesse messo piede sul palco.

Pessima, pessima idea. Ingenua, più che altro.
In quella sala si attendeva comunque Citizen Toxie, e anche se per il momento si proiettava il meno appetibile [e assai più digeribile] Legion of Dead, così i Tromatizzati si erano già accalcati, piazzando avidissimi sederi non solo sulle sedie [eh sì… chi è stato all’ultimo fantafestival stenterà a crederci, ma un tempo scoppiava di gente].

Ora va premesso che il Fantafestival è l’habitat naturale dei cosiddetti Battutari, giovani animaletti sociali che ogni anno vanno a vedere i film de paura accorpati in piccoli branchi. La loro peculiarità è unicamente quella di stranazzare per tutta la proiezione, palesando ogni sfumatura del proprio sentire sovrastando l’audio con freddure coglione della cui esilarante arguzia sono pervicacemente persuasi. A volte i cabarettisti commentano quanto passa sullo schermo, ma ben più spesso si limitano a strillare rigorosamente a random i molti tormentoni accumulatisi nei lunghi anni di vita della manifestazione. Ad esempio, “Gamera!” è ormai un classico che si urla a caso raschiando da fondo sala un applauso garantito, ma c’è anche il sempreverde “Falla tua!”, che si gridava originariamente in presenza di ogni fanciulla, e pare essersi ormai decontestualizzato per adattarsi a riempire i tempi morti fra un “Gamera!” e un altro… roba così [ci sarebbero mille altri esempi e un giorno li raccoglierò tutti, ma quel giorno non è oggi].
Visto che si tratta di folk e che sembra una cosa “oh, così pittoresca” perché tramanda il mito dell’horrorofilo appena postadolescente, scaciato e festaiolo, è cosa di buon gusto non scassare le palle e fingere di trovarla una cosa simpatica. Così farò io, ma non tutti hanno la mia zeglighiana capacità di adesione e omologazione ai gusti della massa.

Quella sera, alla proiezione di Legion of Death, i Battutari erano numerosi. Numerosi e eccitati dalla vigilia delle gesta di Toxie. In pratica nella sala c’eravamo io, un esercito di battutari, e un Tipo intellettuale. Seduto accanto a me.

Beh, quello fu il terribile anno della curva Gamera.

Come molti intellettuali il Tipo era un cinefilo onnivoro. Mezza età, ma tenuto su bene. Impeccabile e trascurata camicia casual chic e occhialetti al collo. Un nonsochè di giornalista freelance, professionista dell’editoria underground, fumettista o somelier. Il ritratto della buona volontà e della tolleranza. Uno snob senza puzza sotto il naso, con un casino di cervello e due libelli misconosciuti ma intelligenti all’attivo. Magari su Russ Meyer, o che so io di strafico e sottovalutato. Sicuramente stava lì a dirsi che il digitale è una figatona che ha democraticizzato il mezzo cinematografico e che questi nuovi registi hanno un senso dell’inquadratura e della velocità davvero superbo, citazionista e colto, internazionale… se solo non fossero così geneticamente influenzati dall’estetica del videoclip… “vediamoci come gira sto Ittenbach vah…”

Il Tipo inforca gli occhialetti…
Olaf Ittenbach si accomoda in prima fila e parte il film: nulla di che ma è bellino…
Dal buio della sala : “Gamera!” – applausi - risate
Il tipo incrocia le braccia, sopporta e si rimette a guardare il film. E’ contento ma trova il tutto un po’ conciliante: fino a qual punto quella scorreggia è debitrice della traduzione tarantiniana del dissacrante humor estremorientale?
Appare il supercattivo platinato e io c’ho caldo…
Il Tipo si porta una mano sotto il mento e fa la faccia intelligente….
Dal buio della sala: “Morrete tutti per mano di Gamera!” – applausi- pernacchie
Il Tipo sbuffa e sopporta si sistema sulla sedia e tenta qualche tecnica zen per concentrarsi sul film: The Hitcher... ma no Rodriguez, ma certo, ecco cosa gli ricorda!
Dal buio della sala: “Fallo tuo!” – applausi – fischi –
Il tipo perde la testa e comicia a sibilare versi atti ad ingiungere il silenzio, beh almeno atti a ciò nei cinema in cui va di solito ad assumere l’ultima fatica di Kiarostami. Io dovrei già fare pipì.
Dal buio della sala: “Morrete tutti per Mano di Tegaio!” – applausi – risate – fischi – pernacchie
Il tipo mi guarda disperato, cercando comprensione perché si è accorto che non rido. Io sollevo le spalle e assumo l’espressione c’est la vie per cui sono famosissima negli States. Oddio forse ho anche ghignato, ma non per cattiveria. Il tipo si è alzato e se n’è andato calpestando battutari sui gradini, dopo avermi lanciato uno sguardo molto breve ma molto schifato. Probabilmente aveva un travaso di bile in corso.

Dopo un po’ me ne sono andata anche io, senza protestare però. E non ho lasciato il festival per tornare a casa a ruminare indignazione. No, io che sono una donna di mondo e so come vanno queste cose, ho semplicemente preferito al resto dei quel triste cabaret la seconda metà di Violent Shit III, cagatone teutonico del mitico Andreas Schnaas [uno che è underground per davvero, forse anche perché non sa proprio un cazzo di cinema].
Così sono provvidenzialmente capitata in sala 4, dove sul tardi davano Cutting Moments e ho scoperto l’esistenza di Douglas Buck. Ho visto questo corto bello, bello, ma così bello, che se l’intellettuale fosse venuto con me di certo dopo, uscendo dal cinema alle due passate, avrebbe sorriso fra sé e sé e scosso un po’ la testa distrattamente, come quando si ha una gioia, piccola, segreta, che non ti aspettavi. Presente?

Probabilmente anche quest’anno si farà il Fantafestival, con un mese di ritardo, alla fine di Luglio. All’Overlook e al 4 Fontane, pare, ma boh, non sono mica sicura. Sul sito web però non c’è ancora niente, niente è sicuro. E io anche quest’anno malgrado le infelici premesse fatte di tagli ai fondi, incertezze e rinvii, malgrado il ricordo della scorsa edizione [che definire “scarna” sarebbe un eufemismo troppo delicato] ci andrò. Perché lo so che non si sa mai.


















Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 21:07 | link | commenti (2) |

28/06/2004

happy end

Il Re Salomone, chiamato a decidere in veste di giudice da due donne che rivendicavano come proprio figlio il medesimo pargolo, sguainò la sua spada. Fattosi grigio come l'equità in volto, il re lasciò il suo trono e sententenziò che avrebbe tagliato l'infante in due parti uguali. Fatto ciò le due avrebbero potuto serenamente spartirsi la progenie contando gli ettogrammi ciccia, senza far torto a nessuno.

Ora che il Grande Amore è agli sgoccioli, si può facilmente immaginare che effetto faccia al Gatto ascoltare questo aneddoto. Mi compiaccio di narrarglielo con placidità psicopatica mentre consumo rumorosamente i resti del mio primo matrimonio, un lussuoso dessert alquanto amarognolo. Per sadismo ometto sempre che alla fine Salomone, vecchia volpe di vecchio testamento, ha assegnato il moccioso alla sola madre oppostasi allo squartamento. Ometto e calo sul dolce una forchettata brusca, poi mastico a bocca aperta e lo osservo torvamente sbriciolando glassa acetata fra le zanne. 

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 20:53 | link | commenti (2) |

27/06/2004

Signore Fatali 2/n

Mammina Cara è senz’altro uno dei film che mi hanno più profondamente influenzata. Non nel rapporto con il cinema, ma in alcune piccole abitudini pratiche.
Da bambina lo avevo videoregistrato e lo guardavo in continuazione, consumando il nastro a furia di riavvolgerlo. La mia ossessione per quel film faceva piombare mia madre – probabilmente l’essere umano meno isterico e meno violento mai esistito- in un terribile trip di apprensione freudiana. Non si spiegava perché mi piacesse tanto, e cercava sempre di farselo dire. Ripensarci ora la sua preoccupazione mi intenerisce a sangue.
Mi dicono che attualmente il film è considerato un cult camp. Mi chiedo davvero perché e per scoprirlo suppongo che dovrò rivederlo, anche se adesso avrei qualche difficoltà a superare l’avversione epidermica per Christina Crawford, e in generale per gli stronzetti senza talento che si ritagliano i 15 minuti wharoliani sbandierando traumi all’ingrosso e smerdando mamme famose morte. In verità non impazzivo per il film, quello che mi affascinava era la sequenza iniziale: il risveglio della diva.
Faye Dunaway/Joan Crawford apre gli occhi, si toglie la mascherina nera e si dedica per un bel pezzo a stranissimi trattamenti di bellezza: acqua calda per pulire i pori e poi ghiaccio per tonificare, limone contro ogni minaccia di inspessimento, una sistematica e tremendamente energica esfoliazione e così via.
Quel rito di purificazione e custodia, se ben lo ricordo, non è affatto rappresentato in modo glam, stile bagno della dea. E’ un dovere da espletare invece, un obbligo da sbrigare con efficienza, efficacia e rapidità. Professionalità oserei dire. Infatti, fra tutte le attività – compreso il mestiere di attrice- in cui la protagonista si vedeva impegnata nel corso del film, le cure anti età della mattina erano la cosa che più mi pareva simile a un “lavoro”.
Mammina Cara mi ha profondamente influenzata. Credo di aver procurato una dozzina di irritazioni serie alla mia giovanissima pelle sottoposta per imitazione a parecchie scorticate con lo spazzolino per la manicure della mamma. L’attività di lustrarsi come la Dunaway al risveglio mi sembrava assolutamente proficua.
Effettivamente quella scena dice molto su cosa le dive fanno per vivere. Il loro lavoro non è esattamente essere belle, ma neppure esattamente recitare. E’ più diventare e poi conservare qualcosa, un corpo e uno stile, un prototipo, un’immagine o - come si dice - un’icona. Qualcosa che sa farsi fanaticamente amare e ricordare da eserciti, semplicemente stando lì, non necessariamente respirando.
Durante la sua maturità ha dimostrato di essere una dignitosa attrice, ma questo è un mero accidente perchè Joan Crawford era una diva, forse il più puro esemplare mai vissuto [o che mi venga in mente oggi].
Joan Crawford. Donna mostruosa a vedersi, bellissima, grandissima e terribile. Niente affatto una vamp, né sullo schermo né fuori. Un Selfmade Frankenstein che desidera, pianifica, raggiunge. Che ci mette gli intenti, l’energia e la monomania del Mad Doctor ma anche la materia prima della Creatura, cioè corpo e vita, e diventa l’esito dell’ibridazione fra l’uno e l’altra: ovvero il Crawfordstein, La Star. Il Crawfordstein non ha molto a che vedere con una persona. Non è una donna bella o brutta, un’attrice brava o no. E’ l’incarnazione di una volontà che agisce spietatamente su un’identità/materia prima [all’origine inerte oppure no, non frega] e la manipola per plasmare l’essere hollywoodianamente superorie. La nuova carne dei boa vaporosi e dei telefoni bianchi, nonché della celluloide.
Il Crawfordstein è la prova che “si! può! fare!” [pronuncialo come farebbe Gene Wilder].

Certo, dire una cosa del genere nell’età in cui l’associazione fra manipolazione e divismo passa per il teschio butterato di M. Jackson fa ridere. Ma si badi bene: non ho mai asserito che il Crawfordstein sia il più spettacolare modello di costruzione di immagine, suggerisco solo che è il più rappresentativo della tenacia necessaria a governare e compiere il percorso e di una specifica motivazione per intraprenderlo: volontà di essere Star. Le mutazioni in stile Jackson non c’entrano nulla:
Le mutazioni in stile Jackson, hanno qualcosa di penoso e compresibile. Sono umane, dominate da un nonsochè di desiderante e vagheggiante, consumate nell’inseguimento strenuo – e oserei dire romantico - di un miracolo e nel pellegrinaggio di specialista in specialista, alla ricerca del santone in bianco in grado di provocarlo.
Le mutazioni in stile Jackson non sono affatto autosufficienti. Chi ha mancato di notare che ogni articolo o saggio o pettegolezzo che ne tratta avverte l’irrinunciabile bisogno di corredarsi di immagini sinottiche “prima e dopo la cura”? L’esito finale di questo tipo di mutazioni è del tutto incapace di rappresentarsi senza raccontare tutta la storia di un Desiderio. E resta comunque, appunto, storia di Desiderio, non storia di Volontà.
Le mutazioni in stile Jackson non mi sembrano rivolte alla produzione di un’icona, alla realizzazione di un aspetto fisico funzionale alle ambizioni di Star, né assimilabili a un labor limae su un immagine propria percepita come potenzialità perfettibile. Sarà perché non mirano a farsi versione idealizzata di sé, versione diva di sé, ma a farsi altro da sé e basta, dimenticarsi e sostituirsi. Prova ne sia il fatto che l’opinione pubblica guarda a Jackson come a un demente frustrato e in generale lo deride ampiamente [cosa che, per inciso, mi sembra assai stronza]. Suppongo che abbia perso più fan di quelli che ha trovato tagliuzzandosi per anni e soprattutto il risultato di tanta fatica è ancora, anzi, è soprattutto un comune essere umano.

L’artefatto Crawfordstein è tutto un altro paio di maniche. Ha pochissimo di chirurgico e fisico, non è un corpo mutato, ma un immagine perfezionata e perfezionata fino all’astrazione. E’ un obiettivo centrato in modo tuttaltro che favoloso, per nulla cenerentolesco. E’ un goal perseguito con spirito positivo, pragmatismo, fede nella disciplina e nell’etica del lavoro, la somma di una serie sforzi mirati e interventi funzionali. E’ Joan che si guarda attorno e si rimbocca le maniche con il decisionismo della massaia secchiona che si è sempre vantata di essere. E lavora. “C’è un modo giusto e un modo sbagliato di pulire una casa”, così diceva.

Sopracciglia del Crawfordstein: foltissime, come il pelo di un lupo nero. Energia naturale tutta villosa ma diligentemente racchiusa in una curva disegnata, incanalata in una traiettoria senza dubbi che niente può deviare. Nemmeno il richiamo della foresta.

Spalline del Crawfordstein: nascono come illusione ottica, rimedio naturale a un bel paio di fianchi larghi, molto solidi e sani ergo, divisticamente parlando, burini parecchio. Un trucco della nonna: nascondi il culone e trova marito. La diva esaspera le sue spalline, se le carica addosso aguzze, angolose, decorate e esotiche, una stranezza da ricchi o una corazza da guerra. Di fatto le spalline di Joan Crawford hanno qualcosa di terribilmente arrogante e insieme disciplinato. Spalle in fuori e busto ben dritto, come a tavola o in caserma. Una postura contrapponibile alla deliziosa gobbetta Harlow, che infatti allude a una sensualità strascicata e molle, perfettamente assente nel Crawfordstein.

Bocca del Crawfordstein: Che dire che non sia già stato detto sulle labbra di Joan Crawford? Sono le più stupefacenti della storia del cinema, si sa. Ho letto da qualche parte che hanno assunto quella forma impossibile in seguito ad un intervento per incapsulare i denti. I denti del Crawfordstein sono essenziali.
Il suo sorriso è il monumento sfavillante a tutto ciò che è ordinato e implacabile. Una fila regolare di grandi zanne quadrate tutte unite, senza spazi fra l’una e l’altra. Dà l’idea di un blocco di smalto unico, scolpito abilmente per rendere la mera illusione di trentadue elementi distinti e inchiodato in gengive umane, così che si possa mostrare in sorrisi improvvisi, bianchissimi e plastici, perfetti per sgomentare e annichilire le folle.
[Sono sicura che il Crawfordstein potrebbe anche staccare quattro o cinque falangi con un morso solo allo stolto che avvicinasse troppo la mano alle sue divine fauci, anche se naturalmente non farebbe mai nulla del genere, essendo una signora. ]
Denti così starebbero benissimo inquadrati in dettaglio, stampati in una foto opaca dai contrasti intensi e dai grani grandi, grosso formato, appesa accanto alla documentazione di una qualche atrocità al Napalm nel corso di una mostra di Talbot. Purtroppo però, nelle foto pubblicitarie, la Crawford ride solo molto raramente.

Faye Dunaway non era l’attrice adatta a interpretarla: aguzzo il mento, stretta la faccia, figura complessivamente troppo moderna, e soprattutto, soprattutto, denti non altezza. Malgrado questo secondo me quella sequenza iniziale dice molte cose sull’essere Joan Crawford e sul possedere un certo tipo di dentatura.

Devo assolutamente ricordarmi di fare una lista di altre dive che hanno denti così [sospetto seriamente che sia una cosa diffusa]. E di prendere un dvd di Mommie Dearest.
















Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:18 | link | commenti (2) |

24/06/2004

Formaldeide

Fake : con i litri di cera sciolta che ardono nei miei ceretti potrei foraggiare un club bdsm per i prossimi sei anni
L'Onanista Neurale:
io la userei come frase inzio di un romanzo di successo
Fake: Si? Titolo del romanzo?
L'Onanista Neurale: mmm... non saprei
Fake: "Formaldeide"? "Freakshow?"
L'Onanista Neurale: Formaldeide!

Fra qualche lustro, compratelo. Il titolo lo sapete.






Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:23 | link | commenti (2) |

21/06/2004

Fake

Non avevo idea che fosse passato un mese dall'ultima volta che ho scritto qui. Naturalmente c'è di mezzo la peste del giorno, avvinghiata alle ruote della mia macchina da scrivere, macchina da disegnare, macchina da confessare, macchina da sussurrare come ai vecchi tempi si faceva al buio.
Ma è anche che mi si è fermato il tempo allo scadere delle due settimane necessarie a cambiare pelle. Scrivo molto più lentamente, con una goffagine pallida. Il mio vestito di me è rimasto in terra e io sono stata seduta a fissarlo più del tempo che occorre a riconoscermi in condizioni di luce accettabili.

L'unica necessità a cui obbedisco sempre è quella dell'abbandono.
Chi mi conosce ha sospettato.

Ci sono parole invece, accatastate nella mia fossa, mischiate, sciolte. Nulla a che vedere con l'ordine che c'è qui, con questa assenza di suono, nera. Con il bolo di amore negato che ho dato all'elettricità e ai misteri della mia macchina da piangere. 



Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 23:51 | link | commenti (5) |