Angelus Novus
Asian Prince
Atarax7
Carne Nuda
Cupo Pensiero
Deposito Grafico
Diazepam
kUlto
L'Onanista Neurale
La Casa del Tempio
LaTavia Tovarich
Lefty
Lost Cause
Porno
Squartamenti
Usura
Venus in Furs
VUE
![]()
NuoviOrganiCopulatori
Leroy
Brite
VHEMT
Ichi
FutureFilmFestival
Vampira
Tura
Satana
Elvira
RaroVideo
Strani
tarocchi
Elsa
Lancaster
Fantastic
Factory
Bad
Taste
ACEC
Dr.Wertham
Zombie
Pin Up
Far
East Film
Tom
Savini
Jesus
Christ Vampire Hunter
Bad
Movies
Bela
Lugosi
Franzosini
Passion
Jhon
Waters
Alan
Young
Fantafestival
Mammina
Cara
Douglas
Buck
Cutting
Moments
Liquid
Generation
STACY
![]()
Giovanni
Arduino
Horror
TV
*loading*
Frodo NON rinasce
Fra le molte missioni di cui mi sono pigramente investita nel corso della mia vita c’era anche l’arduo ma fermo intento di diffondere non dico il culto, ma per lo meno la coscienza dell’esistenza di Bad Taste nel mio giro di conoscenti [in prevalenza, ahimè, ben altro che gore addicted]. Siccome la divulgazione è forse la cosa per cui ho meno vocazione/talento al mondo, il nobile proposito aveva argini modesti, dimensioni ragionevoli: non aspirava al proselitismo, alla fabbricazione di devoti. Volevo solo che lo vedessero perché "secondo me è una figata”.
Ora in videocassetta dovrebbe uscire [non si sa bene quando] con un po’ di altri titoli interessanti e l’avvento dei DVD ha cambiato vita di noi tutti da un pezzo, ma all’epoca della missione era un casino trovarlo. Io non lo negavo, ho sempre ammesso che non è una pellicola che possa vantare la diffusione home video di Patch Adams [un esempio da Demented]. Conscia di ciò e conformemente alla ragionevolezza di cui sopra, ero disposta a fare a tutti le copie dalla mia VHS copiata. E disposta ad aprire casa mia all’illuminando pubblico, ad offrire il mio inviolabile divano ai discendi. E disposta a comprare di tasca mia i salatini e le birre indispensabili – mi dicono - per creare il clima informale e amichevole appropriato alla visione. E disposta perfino all’intellettualmente umiliante pratica del diBbattito dopo il film.
Insomma, l’impegno c’era, ma salvo poche luminose eccezioni nessuno mi ha mai cagata, a superflua conferma dell’ assunto per cui la divulgazione serve a chi non ne ha bisogno.
Ora che ho rinunciato alla missione giunge a me, col passo solenne e infallibile della processione funebre, la beffa definitiva.
Di questi tempi se incidentalmente, parlando del tempo o di berlusconi, mi lascio sfuggire un accenno vago vaghissimo a un’opera giovanile del regista del Signore degli Anelli intitolata Bad Qualcosa, l’interlocutore di turno: mi pianta al bar, perché deve andare ora, a guardare nel buco di uno che di mestiere ricicla ex noleggio e per hobby vende via web vhs duplicate al vantaggioso prezzo di una lussuriosa edizione di importazione, e poi deve spulciare, subito sul momento, i programmi delle rassegne d’essai che non si sa mai, o tornare a casa e ordinarlo via web o in alternativa scaricare tutto da e-mule [l’idea migliore come è noto viene sempre per ultima]. Tutto questo per trovare Bad Taste adesso e restare deluso dall'inesplicabile penuria di elfi nella sceneggiatura.
Detto questo mi rifiuto per principio di spiegare il titolo del post a chicchessia.

Splinder.it
Mi sono fatta un culo così ad adattare template standard e creare le immagini latamente perv.
Poi mi sono fatta un culo così a trasportare il mio pregresso Fake fin qui.
Ora, naturalmente, l'ultima cosa che ho voglia di fare è scriverci.
Che dire. E' bello avere un blog.
Tutto ciò che segue [precede:
] questo post è stato scritto fra il novembre del 2003 e oggi, altrove. Ora quello spazio serve ad altro, a qualcosa di più ingombrante, e ho finalmente una scusa per spostarmi da queste parti, ma non mi piaceva l'idea di smembrare il Fake e lasciarne in giro le spoglie sparpagliate, così ho dedicato la serata alla sepoltura unitaria e ordinatina che giace qua sotto.
L'uomo presentabile
Z. è l'uomo presentabile. Non nel senso che si può presentare, nel senso che è stato creato per essere presentato.
Conosci Z.?
Suona perfetto. E' la cosa perfetta che può essere detta a suo proposito.
Z. emana il cupo e virile odore dell’asfalto, le sfumature rugginose del ferro vecchio stanno nei suoi capelli e ha due dischi scuri negli occhi, del nero più piatto e perfetto che mai si sia visto in qualcosa di vivo. E’ vestito male, nella precisa maniera dei ricchi di vecchia data. Se avesse dieci anni di meno definirei perfettamente elegante il suo modo di muoversi, controllare la voce e curare le mani. Sembra nato e cresciuto per innamorarsi follemente del primo scontrosetto grazioso che non fa una piega anche se viene fuori che il suo papà ha la barca. Z. non è bello, ma sembra bello. E' interessante come il comprimario sexy di un telefilm, una puntata sola.
Z . si fa un obbligo di dedicare un’abbondante manciata di minuti alle spiegazioni, ma io non capisco che lavoro fa. Lui invece non capisce che esiste gente a cui non fare un cazzo nella vita non sembra affatto immorale.
Z . parla velocemente, indulgendo spesso e volentieri in qualche eccesso anglofono la cui affettazione è tradita da una pronuncia tanto più MTV che Oxford. In compenso però parla un po’ di tutto e il succo di quel che dice mi piace molto. E’ gradevole in ogni cosa ma è anche ingenuo: tenta di millantare competenze in uno dei pochi campi io cui sono io ad averne davvero. Ho dichiarato la cosa nel corso della conversazione e il fatto che lui, malgrado questo, abbia decantato la propria passione per qualcosa a cui avrà dedicato si e no 20 ore nella sua vita - nel mezzo del cui cammino fiorentemente si trova - mi fornisce due preziose informazioni: [1] vuole fare amicizia e [2] crede che io sia come lui [capace e felice di simulare un interesse ‘originale e vagamente discordante con l’apparenza offerta ai tutti’]. Annoto e non ghigno e saluto.
Forse c’è un interlocutore decente chiuso nell’ostentata decenza del parlare di Z.
Io ho un lancinante bisogno di conversazioni sveglie-ma-non-segaiole sui massimi sistemi dei poveri, di aneddoti inusuali e di recensioni improvvisate sull’autobus.
Io ho un’implacabile e perfida allergia al genere di persona da cui potrei cavarle.
28. I. 04
Musica vecchia.
Mi piace prendermi cura di questo posto finto. Qualcosa da fare, segnali e cifre, da annotare, tutti i giorni.
Mi piace, ma non ha scopo.
Come tutto ciò che ho amato sempre e tutto ciò che non amo più o che non voglio più amare.
Smettere di amare è dura, è difficile per certi. Io amo in modo egocentrico, primario e fagocitante, ma amo solo ciò che è stato creato per me.
La durevolezza, il senso: sono i miei amori disperati, gli amori che vorrei e che non ottengo. Non mi sono congeniali e non possono appartenermi.
Io sono provvisoria, io sono superflua. Io sono ospite delle mie passioni, delle più rispettabili e delle più annoiate. Sono ospite delle mie case, della mia famiglia. Ospite del mio amato, della mia unica carne, dell’uomo di cui per rancore e desiderio non mi cibo. Ospite della mia stessa storia.
Un ospite è solo poco più di un turista.
A me oggi non frega un cazzo di quasi nulla. E’ brutto, vabbè, ma chi si prenderà il disturbo di uccidermi per questo? Sarò impunita, giacchè non ho colpa. E se ho colpa ho una colpa commessa al buio. Nessuno mi guarda.
Cosa lascerai oggi ai posteri, affascinante ma attempata Fake?
Quest’oggi un cazzo di niente, a parte la mia invidia perché loro sono posteri [screanzati] e io no.
25. I. 04
Nevica
Nevica. Qui non succedeva da quando ero una bambina avvolta in un piumone rosso - simpatico [ignara del truce destino delle oche ne portavo, allora, nella dorata inconsapevolezza dell'infanzia].
E' la seconda nevicata in cui mi imbatto questa settimana, e mi stupisco di quanto la stessa sostanza possa apparire diversa.
C’era qualcosa di ottimo nel bosco pieno di neve l'ultima volta. Era neve ovunque, scesa così bene da cambiare le dimensioni delle cose, la loro forma. Tutto era ottimamente sciolto là sotto, i contorni gocciolanti dei rami e dei sassi. L’alba non arrivava, era proprio in ritardo, e così il bosco era una foresta delle favole rielaborata in un incubo, irreale e cianotica, per forza di cose paurosa, come indebitamente/eccessivamente sensata. Sembrava un discorso fatto dall'alto, da un'entità inconcepibilmente atarassica e saggia, un invito all'abbandono e alla grazia, a perdonare l'incapacità, la mia e quella di tutti.
23. I. 04
Idem
Il suo saluto è il rumore attutito della portiera chiusa, la sagoma bluastra che si muove oltre il finestrino nelle sistemazioni d’abitudine che precedono la partenza. Ciao, me ne vado nel mio pianeta beige, di libri vecchi e quaderni in carta riciclata, stilografiche e acari assai eruditi, via dal tuo livido satellite indeciso, dalla tua imprecisione infernale vestita da verità inaccessibile. Altri saluti nel tardo pomeriggio, senza rancore apparente stavolta: una composta lettera di licenziamento racchiude i palpiti dell’ennesima macchina cardiaca che non conosco.
Nelle vite intorno alla mia c’è un’assenza di candore che mi fa sentire sola.
Anche io non sono nulla di immacolato, naturalmente. La mia pelle basta a imbarazzarmi. Misurata a centimetri quadri è uno specchio di giovinezza impossibile o più probabilmente di prostituzione incallita, macchinoso tranello predisposto all’ovvio scopo di arrapare qualcuno, non saprei dire chi. È un falso segreto tradito dalla stoffa, fiutabile a metri, melma feromonica che cola sotto i pantaloni, gocciola giù lungo la curva deforme del tallone. Si vede. Non sono sicura che possa accadere in modo del tutto indipendente dalla mia volontà.
Il gatto sorveglia la piazza, appollaiato sullo schermo gigante come una scultura affacciata dalla cattedrale. Serissimo. Sotto di lui Tsukamoto, senz’audio, mi gesticola il consiglio che l’ho programmato per darmi giorni fa e che mi ha servizievolmente elargito.
Programmo un fine settimana a Venezia. Ho nostalgia del mio dolore. Disprezzo, compiango e odio chi uscirà venerdì sera invece di stare a casa a registrare The Angelic Orgasm : feccia.
22. I. 04
Questo qua è uno che scrive. Non nel senso che associa media padronanza dell'html e italiano accettabile, nel senso che racconta.
Quasi perfetto, a tratti puzza di manierismo ma è una delle poche cose di taglio non squisitamente bloggaro che leggo senza scettismo. Il tema di porno è l'esistenza di porno nella forma che vedo, non l'autobiografia, quindi luogo e ritmo di pubblicazione sono tema, come i famigerati contenuti. Programmaticamente invendibile, in irritante [giustappunto] aspirazione al nitore: io lo trovo davvero interessante insomma.
L'ho mostrato a A. e a M. e poi ne abbiamo parlato un po'. A. dice che è una cagata insincera e tace che lui scrive meglio [che potrebbe tranquillamente essere vero, se non fosse che è troppo sbadato e cifrato]. M. dice che è sbagliato e tace che è freddo e ozioso leggerlo come lettaratura, sottoporlo ai miei tediosi tecnicismi.
Io fondamentalmente non capisco che cosa i "sensibili" trovino di tanto profondamente immorale nello studiare.
Tu studi le persone...
Tu non ascolti, tu studi...
Non lo dicono precisamente come un insulto, ma come un necessario distinguo, come la puntuale segnalazione di un limite.
Io invece dico che gli unici a stabilire equazioni fra lo studio di un [s]oggetto e la sua reificazione sono quelli che non ritengono qualcosa abbastanza importante da disporsi ad imparare da lei, perchè alla fine è di questo che si tratta, mica di legare qualcuno al tavolo d'acciaio e infilargli elettrodi nelle meningi e sonde su per l'ano.
Sono un'esaminatrice coscienziosa incompresa come un genio estroso. Carramba che inculata.
21. I. 04
Nervi
E’ mezzanotte. Quello che sto facendo è semplicemente ridicolo.
Quello che fa lui, come al solito, no.
Perché lui sa camminare, apparendo distratto in tutto e per tutto, sa sorpassare scalzo ben dodici freddissimi metri, arrivare a me in assoluta, perfetta simulazione di casualità, per baciarmi come vorrei [vorrei?] che facesse sempre, come fa solo appena sveglio.
L’altro non saprebbe mai. Le sue mani mi attraverserebbero come quelle di un fantasma, non saprebbe farmele restare attorno ai polsi per un inverno intero. Nessuno saprebbe.
Sono incazzata perchè non c'è confronto. Sono contenta perchè domani non si pensa: domani rubacchio la chiusura del
Per me è il Bene. E non sono sicura che questa angusta modestia sia la peggiore ingiustizia mai commessa ai danni dei Massimi Sistemi.
17. I. 04
Piccola
Quando siamo vicini non può guardarmi, perché è timido con tutti. Io ne approfitto per studiargli la faccia senza pudori.
Ha decisamente qualcosa del rettile, ma senza la serietà antica, il sussiego, che hanno i serpenti, sembra piuttosto un cucciolo di lucertola, con il viso affilato e gli occhi grandi. Mi ricorda anche qualcuno di umano, non so chi: lineamenti che devo aver imparato nell’infanzia. Visto che anche lui ogni tanto mi osserva con un eccesso di attenzione che non saprei classificare, mi chiedo se ci siamo conosciuti da bambini. Se abbiamo giocato insieme nel posto in cui mi accompagnava mia madre e dove di tanto in tanto reclutavo compagni di giochi estemporanei, amici di un pomeriggio.
Era una specie di parco, attualmente chiuso al pubblico, al cui interno si trovava anche una casa di cura sulla cui effettiva funzione non ho mai disposto di informazioni molto precise, ma che aveva a che fare con l'infanzia. Naturalmente ai bambini piaceva pensare che si trattasse di un manicomio infantile o di un ospizio per freaks, ma dubito fortemente che fosse una delle due cose, anche se pare che in seguito abbia ospitato un po’ tutti i pazienti tipici di quelle strutture a metà fra un ospedale e un carcere in cui il mondo ficca le persone di cui non ha voglia o palle di occuparsi.
Storie di bambini deformi e pazzi chiusi lì dentro erano naturalmente all’ordine del giorno fra i ragazzini più simpson [si sa che i mocciosi non hanno correttezza politica]. Io ero una frequentatrice abbastanza sporadica ma da subito sospettai che fosse proprio una balla del genere che io stessa avrei inventato per sfottere qualcuno che non ne sa molto. Decisi di contribuire a diffondere le leggende, ad alimentarle e perfino ad arricchirle di particolari raccapriccianti. A un certo punto tutti lo facevano, ma nessuno sapeva farlo come me. La mia versione era un'evoluzione quasi irriconoscibile di quella originaria e divenne in breve la più celebre, la più popolare, la più narrata e rielaborata: ero la star della leggenda metropolitana, l’imbonitore perfetto dell’horror show che nessuno può vedere.
Forse fu per questo, per una folle ambizione generata dal clamoroso successo ottenuto nel raggiro dei coetanei, che mi spinsi al punto di tentare l’intentabile. Ebbene sì, osai la sfida suprema: farcire un adulto di balle concepite-per & sperimentate-su un target di pubblico al di sotto degli 8 anni.
- Perché non mi vuoi rispondere? Come ti chiami?
la signora lo domanda di nuovo, gentilmente, chinandosi su di me per guardarmi negli occhi con aria infinitamente benevola. Ha i capelli vistosamente tinti e il culo gigante. Gli altri bambini scappano, si spostano poco più in là e ricominciano a parlottare fra loro.
- Aura. [* fake ]
rispondo una bugia bella e buona, senza esitazione e senza motivo: del resto la signora non si fa forse i cazzi miei con altrettanta disinvoltura? Faccio un piccolo passo indietro.
- Ma che bel nome che hai, che nome originale… sei una bella bambina con un bel nome.
Il mio vero nome non è originale e resto del tutto indifferente anche alle altre blandizie. Cerco di guardare cosa stiano facendo gli altri, ma il corpo enorme di lei mi riduce drasticamente la visuale e non capisco cosa stiano confabulando. La signora incalza:
- la tua mamma è qui, Aura?
Resto sul generico diffidente:
- Le mamme sono lì.
Sollevo il braccio sopra la testa e senza voltarmi indico un punto oltre la fontana alle mie spalle, il salottino di panchine su cui si radunano i genitori a discutere fra loro e sorvegliarci annoiati. La signora non è sveglia abbastanza da cogliere il sottinteso invito a unirsi agli altri adulti e lasciarmi in pace. Il nome strano deve averla mandata in sollucchero perchè dice qualcos'altro su come tutto in me è originale e carino e cerca di toccarmi i capelli che mio padre ha buttato ore ad acconciarmi come quelli di non so che principessa spaziale dei cartoon. Impazzisco e pur di non farmi mettere le mani addosso vuoto il sacco: le dico della clinica dei mostri, mostri e pazzi, le cose orribili che succedono lì, e io lo so, lo so perché in realtà vengo da lì e … una catena infinita di cazzate, una più terribile dell’altra: ospedali per bambini, malattie incurabili, traversie, agnizioni, mostri, reclusioni, cure dolorose ma inutili e chi più ne ha più ne metta. Tutto il repertorio e una parola appena imparata, dal suono dolcissimo, acquoso: leucemia.
Alla dovuta ora saluto gli amichetti, mi riprendo il fratellino e torno dove i miei mi aspettano, attorniati dai genitori degli altri bambini. Mi accorgo che la famigerata signora ora fa parte del gruppetto, e che mia madre ha un’aria irrimediabilmente imbarazzata e presagisco il peggio. La signora mi saluta gongolante:
- Ciao… Aura.
Forse la signora era mamma di M., non lo so, so che la mia, di mamma, rimase terribilmente turbata non tanto dalle bugie quanto dalla loro natura, dalla spietatezza e dalla mancanza di rispetto con cui io, una bambina fortunata, avevo parlato di simili cose. Forse ne fu anche personalmente ferita. In ogni caso credo che abbia fatto una gran fatica per dominarsi e non sgridarmi con troppa durezza... quanto al picchiarmi: i miei non lo avrebbero fatto mai, ma almeno mia madre deve averci pensato. Anche se si sforzavano in buona fede di fare i 'genitori che ascoltano', di 'comunicare', di spiegarsi i motivi per cui avevo fatto una cosa simile, certamente quel giorno avevano orrore di me, e quando finimmo di parlarne lo ebbi anche io.
Comunque no, non è questo il tipo di bugia di cui parlavo qui sotto, stamattina. Ero piccola e sperimentalmente crudele: non che questo sia bello, ma non è ignobile come la disonestà di cui sotto.
13. I. 04
Finalmente l'Invettiva
Letto qualcosa che non dovevo leggere.
Schifo talmente soffocante che non mi sento in colpa:
puro disgusto.
Quanta esauriente potenza c'è nell'aggettivo
vigliacco
a volte.
Non sarò granchè elegante, visto che ho deciso di trascurare completamente le mie responsabilità, ma non ci sono motivi per fare gli inglesi o impuntarsi sul concetto di equità quando si sta vomitando. E io devo al più presto svuotare il mio stomaco e i miei polmoni dalla repellente cosapevolezza che qualcosa di tanto piccolo per dimensioni e senso possa avvelenarmi con questa facilità: semplicemente esistendo nella sua miserabile forma.
Odio i bugiardi, quelli veri.
Li odio in primo luogo perchè sono tanti, inutilmente tanti [1]. Cioè... Sicuramente il fatto che siano così numerosi avrà una sua ragione in equilibri ben più vasti di quelli che mi va di considerare adesso, ma penetrare cotali misteri non intaccherebbe di un millimetro la misura e la qualità del mio odio, perciò sticazzi.
Poi li odio perchè capita che riescano a fottermi, e in questo caso all'odio si somma il tipo di frustrazione che peggio sopporto: quella di chi vorrebbe sparire dalla loro stronzissima memoria selettiva e ovviamente non può [2].
Poi li odio perchè ho mandato a memoria la loro lista di giustificazioni, recriminazioni, infanzie difficili, sensibilità offese, ali tarpate e speranze inghiottite dal mostro onnivoro della disperazione. Tutte ripetitive vaccate con cui ti spiegano che loro fanno ciò che tutti gli altri fanno [e cioè mentire] ma per motivi differenti da quelli di tutti gli altri [3]. Quindi questa specifica ragione del mio odio per i bugiardi si bipartisce: li odio perchè sono ottusamente recidivi nella menzogna [3.a] e anche perchè sono più noiosi di un concerto di Baglioni [3.b].
Poi li odio di più quando le loro simulazioni mi hanno fatta star bene, messa di buon umore, strappato lacrime o semplici assensi, indotta a perdere un'ora ad ascoltare false opinioni e false confidenze e false dichiarazioni invece, ad esempio, di adoperare quei preziosi minuti nell'infinitamente proficua e gratificante attività di pulire per bene la tastiera del pc con i bastoncini di cotone per le orecchie. Insomma, li odio perchè detesto sapere che qualcuno ha manipolato me o il mio tempo[4].
Poi li odio perchè non sono stati in grado di accorgersi che se non avessero mentito, per quanto miserabile potesse essere la loro condotta, discutibile il loro movente, offensivo il loro pensiero io non sarei mai giunta alla determinazione di far loro tutto, ma davvero tutto, il male che posso, alla prima occasione[5].
E poi li odio perchè mi rende troppo nervosa il fatto di essere così arrabbiata per qualcosa che razionalmente dovrebbe semplicemente polverizzarsi e dissolversi nei miei succhi gastrici invece di inquinarli e ritorcermi contro le loro compentenze corrosive. Cioè [6] affibbio ai bugiardi anche l'odio che ho per la mia imperfetta reazione al fatto di essere passata con le scarpe nuove proprio sul marciapiede su cui questa larga macchia merdosa ripsava, placidamente distesa. Ciò equivale a fare del mio idolo polemico un capro espiatorio? Sì, e ancora sticazzi.
13. I. 04
Geometria
Sono passata a trovare il mio amico ieri sera e non capita di frequente, perché lui non aggiorna quasi mai e io sono io. Questa pagina è per lui.
Ci siamo fatti male tempo fa e il male non costituisce il nucleo del nostro legame, ma lo affianca, ne stabilisce i limiti in una sfiducia chiassosa, che non si può ignorare.
Lui non può comprendermi, e forse potrei attribuirlo al fatto che ho smesso di parlargli veramente. Ma la verità è che questo accade perché io stessa sono incapace di riconoscere la sua logicamente persistente bellezza, perché la fiducia che avevo in lui, e che a volte mi sembra di avere avuto solo in lui, mi è stata asportata sotto anestesia con uno strumento affilato e pulitissimo.
Sono tentata di supporre che questo aspetto del mio sentire sia reciproco. Mi impongo di non supporre.
Al momento della perdita (io mi accorgo delle perdite in ritardo, e lui lo sa che non è per mancanza di interesse) ho sofferto e non molto dopo il dolore e i dubbi mi hanno lasciata di propria spontanea volontà, per via di un suo semplice commento sul tempo - una piccola sgradevolezza del tutto perdonabile a chi si ama da tanto e a ben guardare, infatti, del tutto perdonata - che è diventata l’emblema di un differente tipo di affetto e la lapide del mio credere in lui. E’ strano e di umana tristezza che questo conti più di cose più importanti o di vere cattiverie o dei molti sollievi che le sue parole mi hanno dato. Ma vale la pena di mettere sempre in discussione tutto?
E’ innamorato di una persona che trovo stranissima e in cui davvero non vedo nessuna attrattiva erotica. Questo mi intenerisce e mi rende malinconica perché è un po’ un classico che sviluppiamo deboli sempre per il preciso tipo di persona che l’altro trova divertente ma interessante quanto una bomboniera di swarowskj – non so e non mi frega se si scrive così e se conoscesse il mio attuale giuro che troverebbe una metafora peggiore. Però stavolta non so, ho l’indimostrabile presentimento che si tratti di qualcuno di completamente adatto a lui oppure, in pari misura e pari aleatorietà, di un individuo veramente disgustoso. La notte di capodanno, vestendomi in fretta, ho pregato qualcosa perché tutto gli andasse bene. Temo di avergli fatto pure un danno, perchè ho sempre saputo che se mai avessi parlato con le presunte o possibili divinità avrei finito col prenderle a parolacce, ma se è il pensiero che conta la prima preghiera quasi sincera della mia vita è stata per lui.
Questa è più una cosa solo per lui e non ha tanto a che fare con lo pseudo project, ha solo molto a che fare con il mio debole inconscio per la geometria e le sue meraviglie a me ignote.
12. I. 04
Un bacio di Barbie
Entriamo nel locale, io mi guardo intorno e capisco di essere bella.
Non sono bella per merito mio, e nemmeno per merito di mia madre. Sono bella grazie a Shiseido e allo stronzo che ha firmato il mio vestito, grazie a cose si comprano insomma. Ma di questo non frega un cazzo a nessuno e neppure io ho il tempo di godermi l’inganno.
Infatti lo capisce anche lui, e si impettisce in modo insopportabile. Cerca di baciarmi su una guancia e io mi ritraggo: il bacio non è per me. Se mi pisciasse attorno sarebbe meglio, invece mi marchia in modo subdolo, con un bacio di merda. Tempo tre secondi e sto malissimo, ho sposato il solito sessista del cazzo, e la cosa migliore è che non lo era affatto prima di sposarmi.
Lui annusa la ragione del mio scazzo e cena con le orecchie basse, senza allungare mai le dita verso i miei capelli. Due amici neo froci passano ad annunciarci che hanno scoperto l’omosessualità e l’amore. Grandi. Noi lo sapevamo da anni che si desideravano ed erano perfetti, e infondo glielo abbiamo detto solo una ventina di volte. Brindiamo. Io biascico un "elementare, Watson" molto cool, guadagnando le risate a cui gli innamorati sono facili. Nemmeno lui resiste alla tentazione del te-lo-avevo-detto-io. Ovvio che lo bisbiglia al macho della coppia però. Ho sposato un sessista, ripenso. Mi deprimo, poi rifletto che poteva andarmi molto peggio. Mi deprimo di più.
Chiudo la porta e il bacio di ora è raro. E’ il principio perfetto della pomiciata perfetta, una lingua sollevata, socchiusa sulle promesse più antiche del corpo e sul sapore lievissimo del vino bianco, lontano. Ma mi ritraggo comunque, perché mi ricorda quello di prima e io indosso ancora la mia finta bellezza, e con lui tutto ciò che è meno della perfezione non ha senso.
11. I. 04
Dune
Lontane. Non si chiamano, non si scrivono. Una tesse per suo conto le proprie strategie di sopravvivenza, guarda morire le piante, scrive il diario, cena la sera e fa nascere i gattini, consuma gli amori nuovi. L’altra non ne sa nulla, finchè non si incontrano.
E’ come attingere alla stessa sorgente, allora.
Due nomadi che passano per la stessa oasi una volta l’anno: non sono lì per vedersi e le chiacchiere saranno un accidente, non certo lo scopo della sosta sotto le palme.
Cosa hai fatto in questi trecentosessantaquattro giorni nel deserto?
Ha finto di non vederla, alla fermata, un anno fa. Lei aveva lo stesso cappotto dell’anno prima [un cappotto davvero bellissimo], era mattina, o comunque non era sveglia da molte ore, e davvero non pensava che sarebbe mai stata così infelice. Erano tempi in cui bastava poco vento per romperle la pelle, e le morivano i legami addosso, come tendini slabbrati le penzolavano giù dalle ossa dei polsi: ecco perché non poteva fare il numero. Non ha ancora chiamato ma continua ad amarla in modo disperato e colpevole. Anche alla fermata la amava così, come si amano le madri a cui hai fatto male quando capisci fin troppo bene che ti perdoneranno questo ed altro e non riesci a pensare qualcosa che non sia come approfittarne, perchè sei un figlio davvero nato male. Una serpe.
Quanto è lunga, la sabbia che c’è a sud? Quanto diavolo è lunga?
Questo inverno è strano per entrambe.
Una guarda crescere la sua casa, una casa solo sua, e pensa ad alta voce al rosso che ci sarà sulla parete, quella che guarda alla ferrovia. Discute di arredamento con suo padre, quasi litigano e lui alla fine dice: “non vedo perché no”. E sorride, spezzandole il cuore.
L’altra lavora nel quartiere in cui avrebbe voluto vivere, passa con le borse della spesa fra i graffiti e i ristoranti etnici e respira l’odore che c’è lì. Non ha voglia di tornare a casa, ma sta già salendo sull’autobus. Anche per lei da qualche parte c'è una madre che l'ama troppo, ed è da lei che ha imparato questa perfezione sinistra e terribile.
Io non ci sono mai stata a sud. Sapevo che era così, ecco perchè... Poi lo sai, il viaggio è ispirazione, genialità se vogliamo.
Non lo sa come ha potuto buttarla via, per la verità non lo capisce neppure da sola perché ha gettato tutto, tranne quello che era troppo marcio per superare la notte. Non chiederà scusa, e non si tratta di orgoglio. Semplicemente non lo farà e l’altra sarà privata dell’opportunità di perdonare. Ed è un insulto così ingiusto che tutti lo sanno riconoscere per lo sputo che è.
Quello che sento adesso è così preciso che non posso dirlo, non posso.
10. I. 04
Le Pareti del Paradiso
La storia è semplice e breve.
Pare che, in un momento di intimità e confidenza, il dolce M. abbia assicurato al nonno del fratello dello zio di terzo grado del migliore amico di un cuggggino di R. che in me ci sarebbe qualcosa che non quadra/non va perché mi nego alla confidenza nonché-e-va-da-sé all’intimità.
Orbene, questa è una boiata. È una boiata scoccata con il fragile arco del bignami di psicanalisi e da mano maldestra e con tanto culo da sfiorare il bersaglio. Il che conferma, qualora ce ne fosse ulteriore necessità, che le pareti del paradiso sono lastricate di cattive intenzioni.
Non evito la confidenza in quanto terrorizzata dai legami empatici a cui potrebbe condurre. Non ho paura di aprirmi al prossimo e soffrire, ho già fatto l’una e l’altra cosa e non mi dispiace particolarmente che sia successo. E non temo di mostrare quelle deliziose vulnerabilità che ognuno di noi si compiace a sognare sotto la cotenna di coloro che danno l’aria di avere i coglioni. Non temo neppure di rivelare la mancanza di tali famose vulnerabilità e conservo una parvenza di coraggio perfino dinnanzi alla prospettiva che sia piuttosto l'assenza dei famigerati coglioni ad emergere.
Più semplicemente io so una cosa su di me che M. non sa : tutti quelli che in un modo o nell’altro “conosco davvero” io li disprezzo un po’.
Non è una storia da Diogene. Non ha a che vedere con la misantropia piuttosto convinta in teoria e poco sentita nei fatti che a volte mi porto dietro. Parlo di un disprezzo lontano anni luce dal costituirsi come giudizio, che non riguarda neppure marginalmente la morale e non ha nulla a che fare con il livello di affetto che alla fine decido di elargire a disprezzati e disprezzandi.
Il mio disprezzo non fa nulla di male e non preclude nulla, a parte il futuro. Fa solo passare la voglia di costruire con altri e per altri qualcosa che possa durare.
E io non mi nego nè alla confidenza nè all'intimità, ma mi nego al disprezzo che ne consegue quando l'una o l'altra sono in eccesso.
Sempre, quando tutto è stato dichiarato, io guardo senza odio e mormoro che ho avuto fortuna, e mi rassicuro, perché questo non sarà nel mio futuro. E' solo una parola di vapore che fa il suo corso, è acqua sprecata e destinata a ricadere da qualche altra parte, su altre teste o ancora su me, se passerò di lì, ma allora sarà stato solo un caso. Il caso non è il vero futuro.
Il mese qui sotto muore, e ieri è il nuovo anno. Da domani pseudo avrà un archivo.
09. I. 04
Ninnananna
Le cose-come-stanno sono noiose. Noiose e spesso patetiche.
C’è più chiasso nelle ipotesi che nelle indicazioni, più colore. Almeno sono divertenti, i Forse e i Se, possono permettersi di esagerare e sfuggire alle previsioni severe dell'esperienza, alla sciagura incombente del Ridicolo Puro.
Così invece, in questa dimensione inguaribilmente indicativa, il déjà vu mi si appende alle palpebre e le tira giù sugli occhi e ce le rimbocca intorno, come una copertina calda per la mia anima in fase rem che il dubbio amletico proprio non sa dove stia casa.
Mi viene sonno, va da sé, non ci si può far nulla.
28. XII. 03
Lupi in Letargo
Io so aspettare l’inverno.
Ho pazienza mentre un’altra stagione scorre e la temperatura si abbassa: a un certo punto le mattine avranno più personalità, fresche e arroganti sopra i passi della gente che esce, sopra le mani in tasca.
Per altre attese serve fede, e io non ho neppure la fiducia. Quello che ho è fra le mie braccia adesso, sempre. Il resto è fuori, non mi riguarda dove. Non qui.
salvami dalla presunzione di differenza signore dispensami dalla separazione e soprattutto dal disprezzo perché mi fa sentire insoddisfatta proteggimi dalla falsa risata tu che puoi tutto proteggimi specialmente da quella e più in generale dal desiderio di ridere insegnami che esistono cose serie e obbligami ad ammetterlo in pubblico portami via dalla libertà e dall’imbarazzo e allontana da me la discrezione che è un falso valore e il solo che ho imparato tirami fuori dall’unicità di specie dio se mi ami salvami e dammi un fratello regalami carne uguale alla mia con lo stesso sapore e restituiscimi a una verità qualsiasi la prima che vedi va bene mettimi davanti qualcosa che debba rispettare e costringimi che sono stanca di essere atea e assente sono stanca della mia pazienza-non-speranza e della brevità di tutto
25. XII. 03
Coglione
dichiarazione .
No, tu non hai nulla che non va. Sono io che ho problemi a costruire relazioni su queste basi.
Poi è che vengo da un anno così e così.
Poi devi capire… ho un legame così antico e così perfetto...
Sul serio ho detto che non era così perfetto?
Vabbè ma intendevo dire che si tratta di una fase che attraversiamo e che...
tensione .
Ho detto attraversiamo sì, ma che cazzo significa che parlo al plurale: se sto parlando di due persone mi riferisco a loro al plurale, cioè le coniugazioni non sono mica un’opinione sai…
Sì certamente che ci tengo a te. Infatti è per questo che dico di non sentirci per un po’. Lo so che dopo, fra giorni o anni, mi troverai insopportabile, detesterai tutto quello che faccio, vorresti non avermi mai detto nulla, non avermi mai invitata… Sai come i vampiri…
Ah, non sai un cazzo dei vampiri. Beh, giustamente, non … è che vedi i vampiri…
Che significa “sul serio ti interessi di sta roba?”
No, adesso mi dici che cazzo significa.
discussione .
Sì, perché ne ho pieni i coglioni di voi stronzetti che-avete-studiato e dite il Genere in quel modo, con la gi maiuscola.
No che non mi calmo. Ditelo con la gi minuscola oppure dite sinceramente “sta roba per analfabeti” oppure non dite un cazzo, che sarebbe una figura migliore.
Ah già, voi starvi zitti mai eh?
Ah ma ce l’hai con ‘sto plurale!
Beh sai che c’è? Ne faccio a meno della tua opinione così articolata e complessa!
No. E non ti azzardare a ripetere a me la roba che hai imparato al master in gestione delle risorse umane. Se sei targato Columbus me ne accorgo quando parli… Sono mica scema…
Non è un insulto da poser!
Cazzo c’entra quanto guadagna mio padre?
Ce l’ho io un insulto proletario per te: cazzone.
Ti piace cazzone?
Ma vacci tu vacci! E non tornare!
coglione .
...Coglione...
20. XII. 03
Qui sono le orme del mio amore .
[J. Tanizaki]
Ero al liceo quando un ragazzo ripagò la mia propaganda contro la medicina tradizionale cinese con questo orrido aneddoto: c'è gente che buca le pupille di non so che uccellini con un ago arroventato, per costringerli a cantare continuamente. Pare che una volta ciechi non facciano che cinguettare inni al buio, immobili su un bastoncino. Poi diventano vecchi. Quando sono morti cadono dal trespolo, immagino con poco rumore piccoli come sono.
Il mio canarino di notte, quando è buio e non ci vede, non ha mai cantato. Lo fa di giorno, dopo il bagno. Ma non è questo il punto. Questa storia crudele può anche essere inventata per spaventare gli animalisti quando fanno i capricci che non vogliono dormire. Favola horror o verità che sia mantiene la sua esemplarità. E’ proprio il tipo di cosa che fanno gli esseri umani.
Io non farò mai più nulla che somigli a questo.
C’è silenzio, lui non torna. Panta rei.
Parlavo con R. di Oscar Wilde, di quanto è insopportabile il 90% della sua produzione teatrale. Siamo d’accordo anche con lui [potere della banalità?] che va amato per la faccenda di Bosie e per i denti neri, per gli aforismi al limite.
Mi faccio descrivere il sapore dell’Assenzio ogni volta che qualcuno mi dice di averlo assaggiato. E’ simile all’anice in Italia, al raki in Turchia, al non-ricordo-il-nome in Grecia. Il sapore è quello, cambia il proposito. L’Assenzio non si sorseggia con l’acqua e il ghiaccio per rinfrescarsi sbirciando il Partenone oltre le foglie di vite. L’Assenzio no, è roba per dandy. Stanze, posti chiusi, salotti piccoli, scuri, posacenere, carte, odore di cera, lampade rosse, parole, erosethanatos.
Io non lo bevo, l’Assenzio.
Ho trovato il posto, le foto sul sito promettono bene, “ma non si sa mai”. Dopo Natale anche se lui sarà qui io starò dove è lui ora a fare la stessa cosa che fa adesso. Mi chiedo se siamo abbastanza scemi da prenderci gusto. Mi chiedo a cosa pensa, cosa sta guardando, cosa prova per me davvero, quanto è grande la mia foto nei suoi pensieri, se gli piace davvero la mia pelle, se non gli sembra troppo ininterrotta, troppo chiara, adesso. Se guida o dorme, e se dorme mi chiedo che cazzo sogna.
Sono piuttosto cogliona, a volte. Ma è stupido censurarsi. Non legge.
15. XII. 03
I miei vampiri di una volta
La serata Ichi The Killer fallisce miseramente. La PS di G. non legge il mio DVD e io mi abbotto di pizza e supplì per dimenticare il mancato spettacolo di Kakihara, personaggio del film nonché mio uomo ideale.
[ Che passo, che ha Kakihara, che passo.
Sublime sintesi fra andatura dinoccolata da gangster e semplice sonno.
E che sprezzo del pericolo e del ridicolo nei suoi soprabiti indossati come vestaglie.
Gli anellini sulle guance, mezza lingua soltanto, e poi davvero: che passo.L’attore che lo fa invece è una nullità estetica: un bellissimo ragazzo orientale che trasuda intelligenza. ]
Propongo di sostituire la proiezione con un estemporaneo The Addiction. I maligni insinuerebbero qualcosa sul sadismo pure poco occulto dell’infliggere Ferrara a chi è venuto per gustarsi Mike, ma è semplicemente il film più vicino, il più raggiungibile dalle mie retine provate dallo schermo ultrapiatto e da quel bastardo candido di msn. Gli ospiti iniziano ad accusare inequivocabili sintomi di overdose da ipnotici all’ altezza della prima dissertazione sulla predestinazione, il mio meccanismo associativo si innesta e precipito [ma quanto mi piace?] nell’amarcord:
Le loro facce mi ricordano un seminario che fu, penso alle leggende metropolitane di parte papale sul concepimento di Lutero e a quella volta che cominciai a scrivere un racconto o romanzo che iniziava appunto attorno al 1520. Quando studiavo sta roba mi aveva colpito un’osservazione di Ritter sull’odio da disillusione che un agostininiano tedesco dell’epoca poteva provare per la Roma di quegli anni e a partire da ciò avevo partorito un soggetto incentrato su questo vampiro anoressico, magro e brutto come Nosferatu di Muranu, che si esime dal consumare interamente le sue macabre cenette in omaggio a qualche morbosa forma di rispetto per il pasto eucaristico. Poi fa un viaggio a Roma, ricavandone all’incirca le stesse impressioni di Lutero, trova il corpo “marcescente di una meretrice nel sarcofago bello che credeva custodire le spoglie incorrotte di una santa”, e diventa comprensibilmente incazzoso. Da quel punto in poi temo che il personaggio si sarebbe trasformato in uno Zenone dei poveri, in pieno clima pastiche.
Ora - a parte il fatto che tutto questo puzza di Anne Rice da lontano un miglio, che credo di essere infinitamente più sveglia di costei e che la mia relazione con il cattolicesimo è assai meno gravemente irrisolta della sua - questo plot è di una presuntuosità impossibile. Così impossibile che non fa neppure antipatia, fa tenerezza.
Quando gli ospiti se ne vanno, uno di loro in piena crisi allergica [tuttora mi domando la relazione fra questo malore e mio vanitosissimo gatto], mi metto al PC di umore accettabile e chatto perfino un po’, malgrado Kakihara mi manchi ancora.
Ah, se mi manca.
14. XII. 03
L'Impero dei Fecondi
Ma basta con queste menate sulla fecondazione artificiale e sull'aborto. Basta.
Ho io si che ho una proposta di legge con i controcoglioni.
Facciamo così:
Aboliamo per una mezz’ora i tabù sugli aggettivi “artificiale” e "assistito", a quanto pare trasversalmente considerati evocatori di incubi molto Dottor Moreau.
Indi, giustamente e coerentemente, ci rivolgiamo al dottor Moreau.
Egli, nell’ambito dell’ artificiosità permessa per mezz’ora, farà sì, assistendo, che ognuno di noi - ma dico proprio ognuno - regredisca allo stadio primitivo & puro in cui versava all’alba (plausibile e probabile) della nostra specie, per cui la femmina di uomo ogni anno (o quel che è, compatibilmente con le probabilità di sopravvivenza della prole e con il carico educativo che la madre dovrà sobbarcarsi mentre il papà è in giro a inseminare altro) se ne va in calore una volta. Così noi tutti avvertiremmo pulsioni sessuali solo quando è il momento naturale -secondo certa becera percezione del conctto di naturalità- di dare al nostro gruppo specifico nuova progenie.
Scoperemmo solo per figliare e figlieremmo solo scopando, con placida regolarità.
E almeno sarebbe un obbligo pseudo (beh, quella mezz’ora si può rimuovere, cosa volete che sia mezz’ora nel mezzo della tracotante e smisurata marcia dei secoli?) naturale.
11. XII. 03
Rosso Mai Più
Se non hai voglia di riflessioni politiche intelligenti non dovresti infliggerti Blood of Gastly Horror alle due di notte visto che oggettivamente, preso in sé come film, è una cagata pazzesca. Per fortuna, come si può arguire da queste eloquenti righe, sono un tipo molto sveglio e l’ho capito dopo soli 15 minuti. Torno al PC che saranno le due e mezza, davanti allo schermo senza un cazzo di niente da fare, neppure l’ombra di un Drow, la macchina che ronza e mi strappa dalla bocca i versi più sputtanati di Catullo. Dormire non se ne parla, non da sola, non se vorrei non esserlo: sarebbe una forma di resa all'evidenza, dio me ne scampi. Disturbare in qualche chat? Fuori luogo, per una signora come me.
Ovviamente è finita che ho partorito un layout nuovo di zecca, tutto oscurità e buon gusto, davvero carino. Me lo riguardo, occhiaiuta e felice, e sento una stretta sotto l’ombelico. Manca un colore, in non troppo casuale simmetria con la sua latitanza dal mio letto nero e con quella di un più antico amore dalle mie parole notturne.
Non avrò più il sangue, non più. Una vita senza sangue, nero senza il rosso.
Sono ancora troppo offesa per chiederlo, ne è passato di tempo [acqua? sotto i ponti?] ma io non accenno nemmeno all’argomento ed è assolutamente ovvio che non lo farò mai più, neppure con una canna alla tempia. Come vado in puzza io non ci va nessuno, attaccata allo sgarbo come un mollusco fortissimo covo nella madreperla tutte le richieste che non ho reiterato, al sicuro dalle spiegazioni e dalla timida neutralità della mia stessa voce di quando ho deciso sul serio. Vendetta passiva aggressiva, consapevole e compiaciuta.
Voi [si, proprio un plurale: indefinizione, vaghezza, generalizzazione, disprezzo] non saprete [negazione di conoscenza di me, ergo di potere su me e di amore per me] mai [l’avverbio senza speranza].
Voi non saprete mai.
[oh. ecco.]
Lo userò, il layout, per sistemarci i miei deliri di letteratura impura [biografici non autobiografici, per ora la mia necessità di autorappresentazione e cronaca si sazia di questa cosa senza destinatari e destinazioni, senza precisione, senza impegni].
10. XII. 03
Nice Trip
Viaggio.
Scazzata di brutto in seconda fumatori, tutto l’amore che ho per mio padre conficcato nello sterno, fermo e doloroso, un chiodo infetto nell’ombelico di un cerchio bianco. In valigia un simbolo da restituire in tempo utile a effettuare qualche divinazione amoroso-esistenziale di cui non so. E covo altro, sempre ibernato ai piedi di una montagna aguzza, dove non fa che franare altra neve.
Il tipo di situazione per cui non ho abbastanza humor.
Arrivo.
L’osso di un santo in una chiesa fa un saltino ambiguo ogni cento anni, si muove. Magari è un miracolo, magari è una variazione di pressione perché, si sa, la teca è raffinata però è antica. Nessuno può dirlo senza appoggiarsi ad un dogma per servi del clero o della fisica.
A me piacerebbe dare ad intendere – ammesso che qualcuno se la beva – di essere il tipo di persona che resterebbe neutrale, sospendendo il giudizio.
La reliquia si agita e io infatti non faccio un fiato, mi siedo nella cucina di A. e decido di aggiornarlo sui miei ultimi disegni post-depressivi: andare per il mondo e diffondere il mio verbo per suggerimenti acefali. Dalla sua faccia arguisco acutamente che se un accenno al progetto basta a frantumare gli altrui coglioni forse è il caso di desistere o quantomeno di perfezionarlo prima di immetterlo sul mercato messianico.
Su cotali amenità rimuginando, ciarlo già di altro, quando di botto mi assale l’impulso autoerotico definitivo.
Compensazione? Non si sa.
Di fatto, straziante e inesauribile come un legame stipulato nel sangue quando il mondo era ancora vuoto, tutto il mio amore per me pretende istericamente di consumarsi in un’impresa onanistica epocale, una roba da scandire la storia della masturbazione, l’anno domini dei segaioli.
Non è il momento, con l’innocente A. che mi guarda malaticcio e manifestamente infelice dall’altra parte di un tavolo piccolo di quelli perfetti per cenare in famiglia. Il suo millesimo “a cosa pensi?” è l’unico in tre giorni che mi abbia strappato una risata spassionata dallo stomaco.
Torno.
Abbracciati, coccole lunghe completamente caste la mattina, gesti rimasti come oggetti sopravvissuti alla loro funzione, solo non c'è ancora abbastanza polevre sopra a dichiarane l'inutilità. Piango la sera nel modo in cui vorrei piangere sempre, come un personaggio dei fumetti: un sacco di lacrime senza il naso che cola. Non sono disperata e nemmeno triste. E' per mandare via qualcosa, con l'acqua.
Viaggio.
09. XII. 03
Seduta
Seduta in stanze dal pavimento molle e cedevole, capaci di sanguinare se porto i tacchi quando ci cammino sopra, non qui, sul marmo, sul legno, sulla terra. Seduta dentro una vita grande e diversa, tanto diversa da essere autenticamente ospitale, tanto diversa da non poterla o doverla comprendere e neppure rispettare.
05. XII. 03
Quieta
Secondo lavoro. Soldi e Stress. La trappola del consumismo non è negli oggetti griffati, è nelle bollette, nei bagni caldi e nella pelle perfetta, nelle videocassette, in Stream, nella desiderabile (oh, desiderabilissima) Sky con la sua programmazione ad alta gradazione horror che verrà irrevocabilmente sostituita da un palinsesto romanticheggiante non appena avrò fatto l’abbonamento. La trappola.
Primo giorno senza apnea, il cinque dopo cristo, il soffocamento uno spettro lontano, non può capitarmi a meno che non cada nel Biondo Tevere. E in effetti potrei anche caderci, con i tacchi appropriati, mentre faccio equilibrismo per spaventarlo e rido piano, pensando a quanto e come piangerebbe forse un po' felice dopo la mia morte, scoprendo che ho resettato il pc, bruciato i quaderni, quel che resta delle lettere d'amore, dato alle fiamme i disegni, e conservato i diamanti e le back star, i libri in latino, l’estratto conto della carta di credito e alla fine il numero del veterinario attaccato in quadruplice copia sulla porta del frigo per ogni evenienza.
Io ho un menage alimentarmente regolarissimo. Ogni tanto lui viene a pranzo, mi porta cose nutrienti che faccio finta di mangiare per avere il dolce. Sempre la mattina fa il caffè, sempre la sera si fa portare il Campari Mix, o pretende che sia io a preparare il Martini, a stappare la Andechs. Da tre anni, credo. Oggi torno, telefonata di due minuti, tiro fuori la spesa viziosa e gli dico un po’ scazzata che parto un giorno dopo e lui non fa una piega. Mi leva l’aperitivo dalle mani, lo stappa e dichiara adorabile che aveva già preso lui le birre. Non dice “perché non resti tutto il fine settimana a questo punto?”. Non dice. Zitto e placido mi allunga un piatto di pizze piccole piccole. Che mi venga un infarto se non aveva l'aria di uno che lo-sapeva-lui.
La mia quiete di adesso forse è pura fisiologia, ma non è male per nulla.
04. XII. 03
e-amarcord neutrale/malvagio
Io sono di allineamento neutrale/buono. Di cattivo umore tendo al neutrale/malvagio [chi non gioca di ruolo non può capire, fatti suoi]. Nello specifico oggi mi girano perchè ho la febbre e il gatto seduto qui accanto fa un casino di fusa, tutto felice di sapermi malata purchè sia con lui. Visto che questa è precisamente l'essenza dell'amore, non mi lamento, ma ne ricavo filosofia pessimista, che sistemo sulla mia morale cinica, a sostegno di un unico grande movimento che ha tutta la mia stima: il VHEMT , Voluntary Human Extinction Movement .
Venerdì parto se guarisco un po', ma anche nella migliore delle ipotesi partirò con le aspirine in valigia e i capelli ancora neri. 45 chilogrammi di senescenza precoce on the road. Quando torno lui starà partendo, e non sono più tanto sicura che mi farà piacere trovare la casa vuota.
Vabbè.
Rileggo in questi giorni, rileggo tutto. Mi documento sul passato, voracemente. Trovo cose che non so proprio dove mettere, alcune divertenti, altre decisamente strazianti.
Divertenti: