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|Adopt a Fake|

 

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22/02/2004
Non ho niente da dir...

Non ho niente da dire. Intorno c'è silenzio, c'è cenere, c'è sete. Alla fine dell'imbarazzo e dopo la rabbia, alla fine dei miei pianti e delle tue accuse non sei più niente. Capita. Non fa che capitare anzi.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 19:54 | link | commenti |

20/02/2004

Il profilo della nave spaziale è sempre lì, immobile e perfetto e completamente presente nel suo unico riflesso. Distante, forse per sempre. Così distante da tutta la mia delusione.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:46 | link | commenti |

17/02/2004
 Forse Il circ...

 Forse

Il circo vivente non l'ho mai amato.

Nell' estate del 1985 circa ci fermammo a mangiare per strada. Dalla finestra di plastica del camper - tanto temo si capisca che avevo genitori fricchettoni - si vedeva un tendone minutissimo, rotondo a strisce rosse da Topolinia. Era un circo piccolo, il luogo più triste che abbia mai visitato [forse], e i miei si rassegnarono ad accompagnarmi.
A discapito delle rappresentazioni luogocomuniste della melanconia circense, che come è noto prevedono "decadenza-spietata & solitudine-e-rughe-sotto-il-cerone", tutti gli artisti erano giovani e tremendamente svogliati, davano l'idea di essere a scuola controvoglia o in punizione. Le favolose attrazioni che ricordo erano, nell'ordine: una ragazzina dalle ossa morbidissime che strisciava coreograficamente su per una corda, quattro-cinque clown sui vent'anni dall'aria comprensibilmente scazzata, un mangiatore di fuoco, il tizio col cilindro, il pubblico e la mia famiglia al completo in gran pena per un povero serpente portato a braccia lungo i margini dell'arena affinchè cani e porci potessero dargli una toccatina con la faccia schifata e risolini di ribbrezzo.

Non c'è Jodorowskj, Fellini o Tod Browning al mondo che possa superare il mio trauma animalista infantile e farmi vedere nel circo qualcosa di magico che non sia inventato e fastidioso come una bugia a fin di bene: Fido è tornato a vivere con i lupi nei boschi su al nord, bambina mia, non ha tirato le sue zampettine pelosine per via della puntura, ora sta bene e l'anno prossimo sarà Capobranco, ma non temere: si ricorda sempre di te con affetto.

Il circo inventato mi fa senso, è ambuigo: fastidio della menzogna e fascino della menzogna ben venduta.

Browning ci aveva lavorato in un circo, faceva il cadavere vivente fra l'altro,  non so quanto abbia edulcorato la vita 'di tutti i giorni' dei freaks. Anzi lo so : moltissimo, solo che non ne voglio parlare adesso. L'esposizione di uomini o animali [per me è lo stesso e ancora non ho trovato un oratore abbastanza cazzuto da persuadermi logicamente che sia il contrario] per il sollazzo truce di altri uomini o altri animali fa schifo a me come fa schifo a tutti, spero ci sia abbastanza bontà da darlo per scontato. Ma oltre dell'elemento morboso che non ho la pazienza di disconoscere in questa sede, la mia indubbia fascinazione per la cosiddetta deformità fisica si posa su un fondamento che non è più nobile, ma è più raro. E cioè sulla possibilità per le cose di avere altra forma che quella più diffusa. Non sulla possibilità - pure e ovviamente presente - che abbiano altra bellezza, ma precisamene altro aspetto e anche altra funzionalità, semplicemente l' impiego differente degli stessi chili di carne e dello stesso tipo di natura intima. Più che di fascino della deformità insomma si tratta di una soffiatina meditabonda su come sarebbe qui se la conformità estetica diminuisse drasticamente.

Chissà se quello sotto casa mia sarebbe come il bar di Star Wars, un ambito in cui la forma dei corpi conta come l'accento o come il tipo dei vestiti, roba che dice cosa sei fino a un certo punto. Una simile varietà formale all'interno però di un'unica specie sarebbe così... non dico bella, perchè questo non lo so, ma interessante. Di sicuro più interessante. Almeno. Così non mi piace.


Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:48 | link | commenti (5) |

13/02/2004
Body Farm Coltivo ...

Body Farm

Coltivo cadaveri in pace, misuro la decomposizione e ogni ora appendo cartellini alle ossa per ricordarmi come e quando, ricordarmi chi, o meglio, cosa. Fare ordine nel sottosuolo è l'imperativo di questa stagione. Così in primavera potrò stendermi su un'erba morbidissima e ripassare. Il silenzio della body farm fa presto a sbiadire le impressioni più antiche, ogni tesoro rispolverato sa di fake come le foto dei fantasmi inglesi, e strappa risate peggio del solletico: segno di poca originalità.

Penso ci sia un errore nella strategia del rasoio che sto sperimentando. Sarà che il mio sogno infantile, idealizzato, di empirismo è ambientato in un sentire un po' avventuroso, proiettato verso scopi nebulosi, confortato nella sua praticità ed essenzialità da un certo (provvisorio e disimpegnato) misticismo, sarà che è una caccia dell'intuizione e che non è mai al servizio della conferma e giammai al guinzaglio di teorie dottorose tutte avare delle proprie falle. Un po' di romanticismo ci vuole, eccheccazzo.

Sento che ho sbagliato un tappa. Anzi lo so. Quindi smetto e ricomincio. Voglio guardare la verità.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:57 | link | commenti (12) |

11/02/2004
Herbert West colpis...

Herbert West colpisce ancora !

" Horror, anguish and humour are offered in this third part of a now mystic fantastical saga, which, with Brian Yuzna at the controls of all three, has demonstrated that the revival of fantasy films can and must come from the stories and the ideas, not the special effects paraphernalia which have been so lavished in movies… although that’s not to say that “Beyond Reanimator” will not provide a display of zombies, human energy transferred from one body to another and an infinite dose of entertainment for those who think that there can be nothing better on the screen than an amputated limb or a crazy person who is taken as a scientist (or is it the other way round?). "


Fantastic Factory




Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 23:04 | link | commenti |

Quinta notte Volga...

Quinta notte

Volgare ostentazione di pigrizia, un compiacimento vigile e perfino ironico.

Pratico lo spreco consapevole con lussuria fondamentalista, quella lussuria speciale dell'ostinazione e dell'ortoprassia, che poi è anche riflesso complementare della fobia per il tempo senza calcolo e le distrazioni senza vantaggio e le approssimazioni senza leggerezza. Sono di ottimo umore, nell'acqua calda è facile essere al di sopra.

C'è un'altra cosa. Piccola sul serio.

C'è che questa è la quinta notte. Che ho qualcosa nella coda dell'occhio, un miraggio mobilissimo. Ho intravisto, immaginato una corrispondenza, una lingua argentata e tagliente impossibilmente stesa in mezzo a tutto questo buio d'altri tempi. Attraverso il nero pesto, assoluto, di campagna, una striscia lucida e nuovissima, la superficie fantastica di un'astronave.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:06 | link | commenti (2) |

10/02/2004
Ho aggiunto un paio ...

Ho aggiunto un paio di blog ai preferiti e ora ricevo nel mio pannello di controllo [postazione squisita, per un Mad Doctor] notizia puntualissima di tutto ciò che i prescelti scrivono.

Nessuno di loro “me lo manda”, lo ricevo proprio come il messaggio anonimo di un informatore, scontornato dai colori e dalla personalità dei layout, telegramma in carattere standard su grigio di maceria, assai poche concessioni alle mollezze dei CSS. Vengo informata, appunto.

La cosa mi fa sentire una Big Sister sempre appollaiata, pronta ad avvertire i sussurri in tempo reale, appena emessi, a collezionare i pensieri, a saperli quando passano, a strappargli la possibilità di essere ritrattati con la sua impassibile testimonianza, suffragata per altro da una documentazione troppo impersonale per essere fallace. Mi piace farmeli subito portare dal mio servo gobbo di nome Splinder [Splinder! – colpo di frusta, secco e bastardo, sul pavimento – raggiungimi al pannello di controllo! Adesso! E portami qui – lattice dei guanti che schiocca sulle dita - ... i preferiti ...].

I più arguti sottilizzeranno che i fratelli grandi sanno tutto, non una selezione autorappresentativa del tutto. Forse è così, ma non so fino a che punto gli occhi dei fratelli pesino qui. In che modo pesino. Non so se la possibilità di intervento sottesa al finalmente inquietante commenti serva a farmi dire o tacere quando mi levo il camice, mando a cuccia il gobbo e scrivo qua di pancia. Di sicuro vedere quel linketto minimale ma eloquentemente apposto dopo l'ora, dopo tutto, sui blog degli altri basta a farmi sentire un possibile commentatore lugosimorfo, qui in poltrona, introdotto dalle corse dei bovi [vabbè, bufali] e dai fulmini, qui a cianciare di code di cuccioli e grossi draghi verdi, onnisciente e impotente e magari morfinomane o peggio no. Ma io provo a tirarmi fuori l’anima. Poi estraggo soprattutto vecchi film e dolciamarezze post tutto, ma è l’intenzione che conta. O magari io dentro ho un po’ di cinema bizzarro e sapori mal mischiati, ancora un po' cattivi in bocca.

 

 Questa è la Cagione

 

MH. era un seduttore. Qualcuno di speciale. Aveva occhi di un colore che è normale solo per i gatti. L’affabulatore perfetto: eloquente, interpretativo. Un cervello vero, erudizione da vendere, una seria voce di basso armoniosamente effeminata. Non era bello.

Sue ultime tracce sul treno, un anno fa. [Mi mancano, i vecchi tempi.] Poi più nulla. Ovviamente per causa di lei. Potrebbe dire che le manca.

 

Torna dove ha iniziato ad involversi. Alle rotaie su cui ha cominciato a rimpicciolirsi, a peggiorare. Non sa se sta ridiventando se stessa o se si recita. Era molto più aperta di certo, una volta. Continua a pensare che le persone del tutto chiuse non siano interessanti e si chiede spesso cosa pensi di lei chi la conosce oggi per la prima volta. Potrebbe ostentare un fascinoso accento transilvano e scoprirsi il petto alle presentazioni, mormorare: “Nuon ci è vitta - in questo quorpo” invece del solito “ciao, sei un amico di Z.?”. Farebbe un figurone.

Sta ridiventando sè, ma a una temperatura corporea impossibile. Chi è pagato per farlo dice che è normale, la approva, la guarda come se avesse appena ucciso un drago e sapesse di nuovo quel che vale. Come una fattucchiera che riconosce in un ragazzo il futuro eroe e gli predice per enigmi i suoi trionfi, sorride. Lei potrebbe solo dire che non ne ha voglia.

 

E’ tutto così vacuo, lattiginoso, insapore, ogni orizzonte ha un’apparenza deludentemente familiare, come un brutto film che non hai bisogno di vedere, puoi giudicarlo dal trailer, come Underworld.
E’ fredda. Il suo ritmo cardiaco è sempre regolare, come se non avesse vissuto nulla in prima persona e fosse una cavia alla Frankenstein infinitamente lontana dal piglio passionale della Lancaster: appena nata adulta, con tutta l’esperienza di un grande misteriosamente estratta dai tessuti riciclati e neppure un ricordo del luogo in cui l’ha presa il suo corpo. Potrebbe dire di essere invulnerabile, nell’accezione letterale.

 

Non c’è modo di ferirmi, ho i miei segreti.

 

E’ deludente dover ammettere quanto questo sia inutile. Ha solo perso la proprietà di lacerarsi, ma c’è qualcosa di cui vantarsi se ciò che una volta l’avrebbe ferita ora le fa semplicemente altro? Può dire di essere guarita dal male delle ferite se ha semplicemente sostituito uno stato d’animo con un altro, che risponde identicamente alle identiche sollecitazioni, nelle stesse condizioni, nelle stesse circostanze, con la stessa prontezza?

Guarire è guarire dalle cause, non mutare i sintomi e millantallare origini carpatiche.

 

 

 

 


Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:06 | link | commenti |

08/02/2004
Estraneità e impreci...

Estraneità e imprecisione. Il dato nebuloso di una traduzione frettolosa. Ho solo un’idea di insieme di quello che provo a riguardo, poca voglia di indagarlo. Troppa fatica. La sensazione vaga ma prevalente è quella di avere ancora sprecato tempo.

Sarà che è tardi e sono inquieta, che il suo dolore mi ha fatto l’effetto che sapevo e di cui avevo paura. La piccola immobilità di adesso è uno spettro di vincoli molto più cattivi, di crocifissioni vecchie risalenti a quando ancora non era nella mia storia. Qualcosa che non ho bisogno di conoscere per odiare ciecamente. Non so in che modo mi abbia trasmesso la sua, di storia, con una tale precisione. La radice della nostra intimità è ancora del tutto occulta.

La mia memoria è un cimitero di cui non ho compassione. Non voglio lui lì.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:33 | link | commenti |

07/02/2004
 divinazioni D...

 divinazioni

Dunque dunque dunque.
Mi sono fatta leggere i tarocchi qui.
Ho estratto questa carta e poi quest'altra.

Che sia il momento per un esame di coscienza?



Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 18:23 | link | commenti |

 Altri lidi ...

 Altri lidi

 

 

I miei ultimi sogni sono in una lingua che non parlo, immagini che non riconosco. Potrebbero appartenere a chiunque.

 

Musica bellissima da fuori, come in un film. Credevo di volere il silenzio prima di ascoltarla, invece ho teso le orecchie e intanto guardavo la clessidra, io fermissima in penombra, solo poca luce dal corridoio.

 

Lo so che la clessidra è solo uno strumento e anche giustamente desueto, ma per puro caso è anche una buona rappresentazione, il simbolo passabile di una certa percezione del tempo.

L’orologio per esempio, con il suo movimento incessante e circolare, trasmette immediatamente una concezione del tempo, ma non una sensazione legata al tempo. Devi pensarci e mediare – pochissimo ma devi farlo - per arrivare a vedere in un orologio qualcosa che non sia una misura, una convenzione o una regola, e questo per via di quella pura apparenza di infallibilità nel suo ticchettare ottuso. E anche dopo l’orologio resta astratto, troppo filosofico, servono secondi e secondi per provare qualcosa in relazione all’idea di tempo che si può scegliere di fargli rappresentare.

La clessidra invece è semplice: fluisce, sgocciola e finisce. Poi magari la si gira, ma bisogna comunque tenerla sotto controllo perché la cosa continui ad avere un senso e l’intervento stesso, come sempre gli interventi fanno, è innegabilmente una turbativa all’interno di un discorso che ha la propria logica solitaria e autoconclusiva.

Tutto ciò è meravigliosamente triviale.

 

Perturbante è una delle parole che ho usato più spesso, temo. Sarà che si addice abbastanza a tutto quello che mi piace e alla metà delle cose che mi fanno schifo. Sarà che si addice a tutto.

Guardare la clessidra in totale quiete e perfetta penombra è stata un’esperienza perturbante.
E’ strano che io l’abbia fatto tanto a lungo senza inquietudine. Nemmeno quella tranquillità davanti al tempo [al tempo come lo sentiamo noi poveri di spirito] era mia, come i sogni delle ultime notti. Era pace venuta a me come una saggia estranea che ti si siede accanto e ti impone consigli. Proprio  mentre la identificavo come indubbiamente appartenete ad un’alterità imprecisata ho ricevuto il sussurro subliminale di un’esperienza anteriore, la memoria vaga di aver già conosciuto questa sensazione di irriconoscibile calma, chissà quando.


Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:27 | link | commenti (6) |

06/02/2004
  Elefante...

  Elefante

 

Pare che Jhon Merrick abbia espresso al suo medico e benefattore nonché impresario di lusso, Sir Frederick Treves, il desiderio di andare a vivere in un faro.

Aveva presente l’immagine del faro: una specie di torrione piantato nella solitudine dell’acqua a rappresentare inaccessibilità quieta e autosufficiente, e una costruzione stretta, del tutto inadatta ad accogliere ospiti numerosi e perfetta per diventare tana, scrigno e custodia immobile.

Nell’immaginario immobliare collettivo il faro è associato ai misantropi, ma l’uomo elefante sembra essere stato una persona in tutto piacevole, niente affatto astiosa e perfino romantica, assolutamente affabile e amante della buona conversazione. La sua seconda dimora ideale infatti era un convitto per ciechi.

 

Sir Treves supponeva che oltre al sollievo di non essere guardato Merrick sperasse di trovare in luogo simile la possibilità di realizzare le sue fantasie romantiche al fianco di una donna cieca. Io considero l’ipotesi che più genericamente desiderasse instaurare relazioni paritarie con altri individui, incontrare qualcuno per cui, malgrado il suo aspetto grottesco, fosse altro che un oggetto di scherno oppure di vanto. Le visite caritatevoli della Londra bene alla sua stanza/prigione non erano “rapporti umani” e, a dispetto della miopia di Treves a cui piaceva considerarlo un "bambino" e una "creatura primitiva", questo Merrick doveva saperlo.

Se il mondo fosse stato tutto cieco probabilmente l’uomo elefante avrebbe sognato di abitare in Craven Road, come Dylan Dog. Altro che faro.

 

Jhon Merrick era una vittima, ma non odiava il mondo. Se ne sentiva parte, e voleva essere amato. Non so se è per questo che è diventato l’unico genere di uomo elefante che il suo mondo potesse “amare”. Un martire, un’icona di abnegazione impermeabile alla malevolenza e al rancore, alla rabbia.

 

Mi viene in mente una scena del film di Lynch: Merrick claudicante e stremato, terrorizzato, viene letteralmente braccato da una piccola folla e infine privato del suo travestimento/sudario si mette a gridare: “io non sono un elefante! Sono un uomo!”.

E’ l’unico momento in cui il personaggio viene caratterizzato come minimamente assertivo, l’unico in cui perde la tenace passività di un eletto biblico in balia delle prove del Signore o di una Pollyanna deforme. Ed è un momento apocrifo, proprio solo dell’agiografia di Linch e del tutto assente in quella di Treves.

 

Merrick, stando alla storia di Treves, ha sempre ringraziato i suoi benefattori, non ha mai dimostrato altro che riconoscenza devota per chi lo ha strappato all’incubo del baraccone e lo ha chiuso in una comoda stanza d’ospedale dove la buona società poteva guardarlo in un contesto igienico e socialmente accettabile, e gratificare il miserabile voyeurismo da fiera facendo al contempo esercizio di pubblica pietà cristiana.

 

Jhon Merrick, l’uomo elefante, è lo Zio Tom dei Freaks.

 

Forse ho visto troppi film di Browning e lo so: sembra davvero brutto che a quest’ora invece di sonnecchiare beata io mi metta a giudicare Jhon Merrick e a dargli dello stronzo perché non è diventato un terrorista alla Azione Mutante.

 

Non ce l’ho con un ragazzo malato e torturato e morto [pare] all’età che ho io ora.

Non è di questo che parlo.

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04/02/2004
La Causa  

La Causa

 

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03/02/2004
Vorrei stare con A. ...

Vorrei stare con A. seduta a fumare nella stanza che non conosce, sentenziare un consiglio pragmatico e meditato, utile : quello che definitivo, fargli vedere Spider Baby, accorgermi che si è addormentato.

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 Fake Etologia ...

 Fake Etologia : Spasimanti Infamanti [1/8]
Il Suicida di SucCesso

Il Suicida di SucCesso [di seguito abbrevviato SSC, come Sano Sicuro e Consensuale] è un tipo profondo, anzi - per citare l'ottimo A.- è complesso. Per lui non esiste che morto un papa se ne fa un altro, e potrebbe uccidere chi osasse insinuare una simile pecoreccia possibilità. Uomo dai sentimenti totalizzanti ed epocali, ha trovato nella Fake la sola incarnazione vivente del suo ideale femmineo ed ella costituisce ormai il suo unico desiderio, la sua ultima e irripetibile possibilità di felicità su questa terra. Infatti, appena capisce che lei non gliela darà mai smette di nutrirsi in modo sano, si chiude in casa e dopo aver ostentato per qualche dì il più plumbeo degli stati depressivi, telefona e dichiara con tono funereo i suoi propositi autolesionisti. Può parlare chiaro [deh! t’amo: morrò! >> SSC esclamativo] o biascicare un’allusione e sperare che la Fake sia cinefila quanto sembra [deh… vorrei solo sapere che non mi dimenticherai… >> SSC sospensivo]. Lei è scettica in ogni caso ma soprattutto ha sonno, anche perché il suicida è solito chiamare a ore in cui la gente per bene dorme, o è proprio scazzata visto che la gente per bene che a quell’ora lì non dorme sta fustigando un fusto avvinto al letto o -ahimè più probabilmente - sta guardando Brain Dead o sta in chat a pianificare la conquista del mondo.

Fatto sta che a un certo punto, il SSC smette di telefonare dieci volte al giorno e preparare patetiche imboscate in videoteca: se ne perdono le tracce. La Fake, dopo un sano periodo di sollievo, si fa apprensiva e prova a cercarlo in un giorno in cui si sente buona o in cui si rompe i marroni. Si scopre così che il SSC ha cambiato cellulare, o comunque non risponde al vecchio numero. Che si sia dato la Morte per Amore, come spergiurava? Lei prova l’orribile sgomento di chi è posto di fronte a un’occasione esistenziale fondante. Il dubbio, come è suo costume fare, la tortura. Poi grazie a dio viene in visita il perfettissimo D. per il Fantafestival, mettiamo, recando seco un paio di DVD spettacolari e lei si scorda del nostro eroe e della sua ingrata dipartita, cioè, se ne fa una ragione.

Passano i mesi. E’ di nuovo primavera. La Fake decide di farsi una passeggiata per ammazzare il tempo e incontra il disperato amante, bellissimo in un completo di sartoria grigio-suicidio. Con grande sorpresa dell'attonita-ma-sollevata signora, si viene ora a sapere che il derelitto si è rifatto una meschina imitazione di vita senza colei che bramava: a trent’anni ha racimolato appena un posticino Senior Powerful & Sexy Manager alla Procter&Gamble e per scacciare dal letto il torturante fantasma del grande amore ha sposato un’ex modella con l’hobby del contorsionismo e una laurea cum laude in Teoria e Tecnica del Tantra.

La cosa pittoresca è che lo sfortunato SSC, dopo qualche chiacchiera su quanto spinge il bmw che ha vinto a un telequiz e dunque all’ora del saluto, si sente comunque in dovere di prodursi in un suggerito rinfaccio, specificando che lei, solo lei, la Fake, è quella che lui ha amato fino a ferirsi, il trauma emotivo centrale della sua esistenza, insomma la mattonata definitiva sulla sua coppia di sucidevoli coglioni, che ora però – così sostiene – sono molto più duri.
Ella ascolta, riflette e, mentre il completo grigio-suicidio si allontana con passo sicuro e dinoccolato fino a confondersi con il grigio-sampietrino del vico in Trastevere, comprende: Il SSC può navigare nell’oro e trombare come un riccio. Non importa. Il piagnisteo è fermamente inscritto nel suo codice genetico. Irrinunciabile, anche volendo. Ed è per questo che piangerà fino a cent’anni.

Coming soon: il Masostronzo, il Dotto Estimatore, l'Amico del Culo ... e tanti altri!

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:23 | link | commenti (3) |

02/02/2004
Signore Fatali [1...

Signore Fatali [1/n]

Vampira si chiama Maila Nurmi. E’ la rivisitazione in chiave iperbolica di Theda Bara, circa, o – a voler fare i puntigliosi - lo era ai tempi in cui sfrecciava sulla decappottabile con James Dean e presentava i film horror in TV da uno studio arredato come una cripta/boudoir. Ora è un sex symbol in pensione e tende ancora al cinismo, ma conserva una discreta presenza nel momento in cui si fa intervistare [per un documentario su Ed Wood] di viola vestita, incappucciata nella seta come la vestale di un peplum.
Insomma, è invecchiata e temo viva di un mito defunto, ma guardarla oggi non fa male come succede con
Tura Satana, un’altra signora che ho in grande simpatia e che trovo le somigli un po’, sia fisicamente che nel destino artistico dal momento che su entrambe le carriere svolazza il paradosso di un personaggio sospeso fra l’effimero e l’eterno, fra la meteora e l’icona.
Ho un’ipotesi di spiegazione per questo.
Vampira e Tura, come possiamo ammirarle in bianco e nero, sono accomunate da un’ineffabile aura da mistress macabra, ma il genere di potere sessuale ostentato nelle rispettive impossibili curve [dalle tette come dalle sopracciglia] è molto differente.
Tura Satana deve la propria posizione nell’immaginario collettivo a Faster Pussycat, Kill! Kill!, quindi è logico che non si possa fare a meno di pensarla mentre, stronza e bellissima, sbanda su una porsche a tavoletta o storpia un maschio a colpi di karate. E’ la vixen rissaiola, manesca, azionista. Non ha bisogno di delegare il lato pratico del delitto allo slave sopraffatto con arti da maliarda, piuttosto provvede di persona all’annichilimento fisico di chi turba i suoi disegni. Il suo corpo e il suo potere sono un miscuglio perfetto di sesso meyerianamente sovrabbondante e insospettato atletismo. La forza fisica è un elemento fondamentale e irrinunciabile non solo dello charme di Tura Satana, ma anche del carattere del suo personaggio.
Vampira è più classica, come femme fatale. La sua automobile [di scena] non è un bolide feroce – e non lo è neppure, malgrado l’intento sia quello, la elvira-mobile della sua imitatrice più fortunata, Cassandra Peterson, perché gli accessori da beccamorto spogliano le macchine dell’allure competitiva da velivolo da corsa. Non assume mai le nazi-pose a gambe divaricate e pugni sui fianchi della Satana, anche perché perché la sua gonna da Morticia [Tura ha i pantaloni] non glielo consente, piuttosto appare morbidamente spaparanzata su un triclinio, nel magnifico e placido ozio tipico delle classiche Vamp. I suoi movimenti sono lenti, affettati e annoiati e possono far pensare all’ottocentesco languore di una Carmilla. Vampira è bastarda, ma non è brutale, il suo potere di domina è perfettamente cerebrale e di fatto ha le carte in regola per essere una manipolatrice degna di Tura, forse anche migliore, ma è certo che non saprebbe menare le mani come lei.

| Elvira |

Orbene, tornando a noi, la mia ipotesi è questa: i radicali liberi possono anche aver tolto appetibilità sessuale alla Nurmi, ma nessuno ci dice che nel suo corpo incartapecorito dalla tipica mancanza di buon senso del tempo non si nasconda ancora l’attitudine al plagio distruttivo di una succhiasangue d’annata. D’altro canto il fatto che la cicciottosa maturità della Satana le abbia definitivamente sottratto ogni possibilità di gonfiare a calci un red neck invadente è una dolorosa evidenza che non possiamo ignorare, nemmeno volendo.
Magari è una sciocchezza, ma guardare Tura Satana oggi mi fa detestare il tempo perché ho l’impressione che le abbia rubato un’arma fondamentale e sono troppo sensibile per pensare senza lacrime ad una vamp inoffensiva.








Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:47 | link | commenti (2) |

01/02/2004
 Domicilio ...

 Domicilio

 

Casa ? Io non ho più casa, sono stato perseguitato, disprezzato, costretto a vivere come un animale. La Giungla è la mia casa. Ma dimostrerò al mondo che posso essere il suo padrone! Metterò a punto una nuova razza di superuomini atomici che conquisterà il mondo intero!

 

C’è una frattura sgraziata fra me e l’insieme di impressioni, nozioni, sensazioni che un tempo, volendo, avrei potuto considerare casa.

La mia natura - lo ribadisco - è sostanzialmente quella dell’ospite, ma in passato ho commesso lo sbaglio e mi sono scelta, più o meno consapevolmente, una specie di nazionalità privata, una casa.

Pateticamente illusa che il luogo in cui si abita possa in qualche modo contribuire alla propria identità invece di limitarsi ad accoglierla, mi sono fabbricata un appartamentino, un bilocale. Mi è piaciuto considerarlo intimo solo perché era piccolo, ho deciso che era essenziale solo perché era poco arredato. A posteriori posso dire che non era nemmeno accogliente, oggettivamente solo angusto, ma io stavo benissimo lì dentro, specifica e speciale ma parte di qualcosa che non si esaurisse in me.

Poi è successo il peggio.

 

... Venti anni fa sono stato cacciato dal mio paese. ho dovuto abbandonare mia moglie e mio figlio, senza poterli rivedere. Il motivo? Avevo suggerito di usare l'energia atomica per creare una specie superiore... esseri di enorme forza e grandezza. Mi hanno dato del pazzo, del ciarlatano…

 

La mia genialità è stata messa in dubbio, la mia generosità è stata sottoposta al vaglio scettico con cui si considererebbe quella di chiunque [!], e infine, come ennesimo affronto, le mie intenzioni sono state fraintese, omologate all’apparente incomprensibilità dei modi con cui contavo di giungere a tradurle in fatti, disinvoltamente collocate nell’ambito dell’inutilità e dell’egoismo.

Che smacco. Ma allora che senso dovrebbe avere un tetto, se là sotto si è esposti allo stesso genere di intemperie che si possono subire all’aperto? A quale scopo prescegliere una cittadinanza se neppure i consorti che con te vivono sono in grado di superare la tenue inflessione del tuo accento per badare semplicemente a ciò che dici? Che smacco, la residenza, che frode.

 

… Lei non mi ha compreso, Strowsky. Io non voglio tornare a casa, i miei progetti riguardano solo me stesso...

 

 

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 17:47 | link | commenti |