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|Adopt a Fake|

 

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30/06/2004

Io non credo in certe cose. Però.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 21:27 | link | commenti (3) |

29/06/2004

Nonostante Gamera

L’ultima notte del Fantafestival. Ce ne stavamo al Savoy, io e questi sconosciuti, senza chiederci chi avrebbe vinto quell’anno, infinitamente lontani dal rimuginare perle di critica che si sarebbero sparse via ftp nei giorni avvenire.
Lloyd Kaufmann si aggirava per il Savoy, ma non ero del tutto di sicura di essere in grado di riconoscerlo: da sempre [e per quanto lo veda piuttosto spesso] gli attribuisco fra me e me le fattezze di Mel Brooks, mica le sue. Comunque era lì perché dopo il primo spettacolo serale ci sarebbe stata la presentazione [forse anteprima italiana addirittura, non ricordo] di Citizen Toxie, ultima fatica del vendicatore più butterato che ci sia. In questo episodio [#4] la versione Troma del classico supereroe atomico doveva finalmente incontrare la sua nemesi. Da anni mi chiedevo quando sarebbe successo, ma tanto avevo già deciso da una settimanella di non assistere.

Ora scusate tanto, lo so che non è “cool”: a me non dispiace il cinema fatto strano, ma continuo intimamente a preferire quello fatto bene, indipendentemente dal tasso di “bizzarro” che contiene. Apprezzo alcune cose Troma, ma non sono disposta a radermi la nuca e vestire il saio di fan, o svestire quello di aspirante Tromette. I profilattici assassini sono simpatici, le nonne idrofobe sono un divertissement grazioso, lo psycho F’n F di Terror Firmer è uno spasso e quando guardo L’Insaziabile, dopo metto sempre su anche Cannibal – The Musical!, ma questo è tutto.
Ho preso le vhs di American Trash, non odio chi fa i soldi e sta sicuro in una nicchia calda del mercato, non mi spreco a coprire di disprezzo monastico uno che fa i soldi vendendo un prodotto rassicurante come pura mondezza underground. Ciò premesso, se non aborro il populismo del buon Lloyd ciò non vuol dire che me lo debba bere. E’ uno dei tanti troppi Maurizi Costanzi dell’Other Side de Noantri, forse il più simpatico, può darsi il più allegro, ma è uno di loro, e avrebbe riempito la sala ben oltre le condizioni di sicurezza e io odio l’aria troppo usata. Perciò mi ero ripromessa di guardare il film che precedeva Toxie per poi rifugiarmi in saletta 4 a guardare quel che passava il convento non appena l’imbonitore furbastro avesse messo piede sul palco.

Pessima, pessima idea. Ingenua, più che altro.
In quella sala si attendeva comunque Citizen Toxie, e anche se per il momento si proiettava il meno appetibile [e assai più digeribile] Legion of Dead, così i Tromatizzati si erano già accalcati, piazzando avidissimi sederi non solo sulle sedie [eh sì… chi è stato all’ultimo fantafestival stenterà a crederci, ma un tempo scoppiava di gente].

Ora va premesso che il Fantafestival è l’habitat naturale dei cosiddetti Battutari, giovani animaletti sociali che ogni anno vanno a vedere i film de paura accorpati in piccoli branchi. La loro peculiarità è unicamente quella di stranazzare per tutta la proiezione, palesando ogni sfumatura del proprio sentire sovrastando l’audio con freddure coglione della cui esilarante arguzia sono pervicacemente persuasi. A volte i cabarettisti commentano quanto passa sullo schermo, ma ben più spesso si limitano a strillare rigorosamente a random i molti tormentoni accumulatisi nei lunghi anni di vita della manifestazione. Ad esempio, “Gamera!” è ormai un classico che si urla a caso raschiando da fondo sala un applauso garantito, ma c’è anche il sempreverde “Falla tua!”, che si gridava originariamente in presenza di ogni fanciulla, e pare essersi ormai decontestualizzato per adattarsi a riempire i tempi morti fra un “Gamera!” e un altro… roba così [ci sarebbero mille altri esempi e un giorno li raccoglierò tutti, ma quel giorno non è oggi].
Visto che si tratta di folk e che sembra una cosa “oh, così pittoresca” perché tramanda il mito dell’horrorofilo appena postadolescente, scaciato e festaiolo, è cosa di buon gusto non scassare le palle e fingere di trovarla una cosa simpatica. Così farò io, ma non tutti hanno la mia zeglighiana capacità di adesione e omologazione ai gusti della massa.

Quella sera, alla proiezione di Legion of Death, i Battutari erano numerosi. Numerosi e eccitati dalla vigilia delle gesta di Toxie. In pratica nella sala c’eravamo io, un esercito di battutari, e un Tipo intellettuale. Seduto accanto a me.

Beh, quello fu il terribile anno della curva Gamera.

Come molti intellettuali il Tipo era un cinefilo onnivoro. Mezza età, ma tenuto su bene. Impeccabile e trascurata camicia casual chic e occhialetti al collo. Un nonsochè di giornalista freelance, professionista dell’editoria underground, fumettista o somelier. Il ritratto della buona volontà e della tolleranza. Uno snob senza puzza sotto il naso, con un casino di cervello e due libelli misconosciuti ma intelligenti all’attivo. Magari su Russ Meyer, o che so io di strafico e sottovalutato. Sicuramente stava lì a dirsi che il digitale è una figatona che ha democraticizzato il mezzo cinematografico e che questi nuovi registi hanno un senso dell’inquadratura e della velocità davvero superbo, citazionista e colto, internazionale… se solo non fossero così geneticamente influenzati dall’estetica del videoclip… “vediamoci come gira sto Ittenbach vah…”

Il Tipo inforca gli occhialetti…
Olaf Ittenbach si accomoda in prima fila e parte il film: nulla di che ma è bellino…
Dal buio della sala : “Gamera!” – applausi - risate
Il tipo incrocia le braccia, sopporta e si rimette a guardare il film. E’ contento ma trova il tutto un po’ conciliante: fino a qual punto quella scorreggia è debitrice della traduzione tarantiniana del dissacrante humor estremorientale?
Appare il supercattivo platinato e io c’ho caldo…
Il Tipo si porta una mano sotto il mento e fa la faccia intelligente….
Dal buio della sala: “Morrete tutti per mano di Gamera!” – applausi- pernacchie
Il Tipo sbuffa e sopporta si sistema sulla sedia e tenta qualche tecnica zen per concentrarsi sul film: The Hitcher... ma no Rodriguez, ma certo, ecco cosa gli ricorda!
Dal buio della sala: “Fallo tuo!” – applausi – fischi –
Il tipo perde la testa e comicia a sibilare versi atti ad ingiungere il silenzio, beh almeno atti a ciò nei cinema in cui va di solito ad assumere l’ultima fatica di Kiarostami. Io dovrei già fare pipì.
Dal buio della sala: “Morrete tutti per Mano di Tegaio!” – applausi – risate – fischi – pernacchie
Il tipo mi guarda disperato, cercando comprensione perché si è accorto che non rido. Io sollevo le spalle e assumo l’espressione c’est la vie per cui sono famosissima negli States. Oddio forse ho anche ghignato, ma non per cattiveria. Il tipo si è alzato e se n’è andato calpestando battutari sui gradini, dopo avermi lanciato uno sguardo molto breve ma molto schifato. Probabilmente aveva un travaso di bile in corso.

Dopo un po’ me ne sono andata anche io, senza protestare però. E non ho lasciato il festival per tornare a casa a ruminare indignazione. No, io che sono una donna di mondo e so come vanno queste cose, ho semplicemente preferito al resto dei quel triste cabaret la seconda metà di Violent Shit III, cagatone teutonico del mitico Andreas Schnaas [uno che è underground per davvero, forse anche perché non sa proprio un cazzo di cinema].
Così sono provvidenzialmente capitata in sala 4, dove sul tardi davano Cutting Moments e ho scoperto l’esistenza di Douglas Buck. Ho visto questo corto bello, bello, ma così bello, che se l’intellettuale fosse venuto con me di certo dopo, uscendo dal cinema alle due passate, avrebbe sorriso fra sé e sé e scosso un po’ la testa distrattamente, come quando si ha una gioia, piccola, segreta, che non ti aspettavi. Presente?

Probabilmente anche quest’anno si farà il Fantafestival, con un mese di ritardo, alla fine di Luglio. All’Overlook e al 4 Fontane, pare, ma boh, non sono mica sicura. Sul sito web però non c’è ancora niente, niente è sicuro. E io anche quest’anno malgrado le infelici premesse fatte di tagli ai fondi, incertezze e rinvii, malgrado il ricordo della scorsa edizione [che definire “scarna” sarebbe un eufemismo troppo delicato] ci andrò. Perché lo so che non si sa mai.


















Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 21:07 | link | commenti (2) |

28/06/2004

happy end

Il Re Salomone, chiamato a decidere in veste di giudice da due donne che rivendicavano come proprio figlio il medesimo pargolo, sguainò la sua spada. Fattosi grigio come l'equità in volto, il re lasciò il suo trono e sententenziò che avrebbe tagliato l'infante in due parti uguali. Fatto ciò le due avrebbero potuto serenamente spartirsi la progenie contando gli ettogrammi ciccia, senza far torto a nessuno.

Ora che il Grande Amore è agli sgoccioli, si può facilmente immaginare che effetto faccia al Gatto ascoltare questo aneddoto. Mi compiaccio di narrarglielo con placidità psicopatica mentre consumo rumorosamente i resti del mio primo matrimonio, un lussuoso dessert alquanto amarognolo. Per sadismo ometto sempre che alla fine Salomone, vecchia volpe di vecchio testamento, ha assegnato il moccioso alla sola madre oppostasi allo squartamento. Ometto e calo sul dolce una forchettata brusca, poi mastico a bocca aperta e lo osservo torvamente sbriciolando glassa acetata fra le zanne. 

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 20:53 | link | commenti (2) |

27/06/2004

Signore Fatali 2/n

Mammina Cara è senz’altro uno dei film che mi hanno più profondamente influenzata. Non nel rapporto con il cinema, ma in alcune piccole abitudini pratiche.
Da bambina lo avevo videoregistrato e lo guardavo in continuazione, consumando il nastro a furia di riavvolgerlo. La mia ossessione per quel film faceva piombare mia madre – probabilmente l’essere umano meno isterico e meno violento mai esistito- in un terribile trip di apprensione freudiana. Non si spiegava perché mi piacesse tanto, e cercava sempre di farselo dire. Ripensarci ora la sua preoccupazione mi intenerisce a sangue.
Mi dicono che attualmente il film è considerato un cult camp. Mi chiedo davvero perché e per scoprirlo suppongo che dovrò rivederlo, anche se adesso avrei qualche difficoltà a superare l’avversione epidermica per Christina Crawford, e in generale per gli stronzetti senza talento che si ritagliano i 15 minuti wharoliani sbandierando traumi all’ingrosso e smerdando mamme famose morte. In verità non impazzivo per il film, quello che mi affascinava era la sequenza iniziale: il risveglio della diva.
Faye Dunaway/Joan Crawford apre gli occhi, si toglie la mascherina nera e si dedica per un bel pezzo a stranissimi trattamenti di bellezza: acqua calda per pulire i pori e poi ghiaccio per tonificare, limone contro ogni minaccia di inspessimento, una sistematica e tremendamente energica esfoliazione e così via.
Quel rito di purificazione e custodia, se ben lo ricordo, non è affatto rappresentato in modo glam, stile bagno della dea. E’ un dovere da espletare invece, un obbligo da sbrigare con efficienza, efficacia e rapidità. Professionalità oserei dire. Infatti, fra tutte le attività – compreso il mestiere di attrice- in cui la protagonista si vedeva impegnata nel corso del film, le cure anti età della mattina erano la cosa che più mi pareva simile a un “lavoro”.
Mammina Cara mi ha profondamente influenzata. Credo di aver procurato una dozzina di irritazioni serie alla mia giovanissima pelle sottoposta per imitazione a parecchie scorticate con lo spazzolino per la manicure della mamma. L’attività di lustrarsi come la Dunaway al risveglio mi sembrava assolutamente proficua.
Effettivamente quella scena dice molto su cosa le dive fanno per vivere. Il loro lavoro non è esattamente essere belle, ma neppure esattamente recitare. E’ più diventare e poi conservare qualcosa, un corpo e uno stile, un prototipo, un’immagine o - come si dice - un’icona. Qualcosa che sa farsi fanaticamente amare e ricordare da eserciti, semplicemente stando lì, non necessariamente respirando.
Durante la sua maturità ha dimostrato di essere una dignitosa attrice, ma questo è un mero accidente perchè Joan Crawford era una diva, forse il più puro esemplare mai vissuto [o che mi venga in mente oggi].
Joan Crawford. Donna mostruosa a vedersi, bellissima, grandissima e terribile. Niente affatto una vamp, né sullo schermo né fuori. Un Selfmade Frankenstein che desidera, pianifica, raggiunge. Che ci mette gli intenti, l’energia e la monomania del Mad Doctor ma anche la materia prima della Creatura, cioè corpo e vita, e diventa l’esito dell’ibridazione fra l’uno e l’altra: ovvero il Crawfordstein, La Star. Il Crawfordstein non ha molto a che vedere con una persona. Non è una donna bella o brutta, un’attrice brava o no. E’ l’incarnazione di una volontà che agisce spietatamente su un’identità/materia prima [all’origine inerte oppure no, non frega] e la manipola per plasmare l’essere hollywoodianamente superorie. La nuova carne dei boa vaporosi e dei telefoni bianchi, nonché della celluloide.
Il Crawfordstein è la prova che “si! può! fare!” [pronuncialo come farebbe Gene Wilder].

Certo, dire una cosa del genere nell’età in cui l’associazione fra manipolazione e divismo passa per il teschio butterato di M. Jackson fa ridere. Ma si badi bene: non ho mai asserito che il Crawfordstein sia il più spettacolare modello di costruzione di immagine, suggerisco solo che è il più rappresentativo della tenacia necessaria a governare e compiere il percorso e di una specifica motivazione per intraprenderlo: volontà di essere Star. Le mutazioni in stile Jackson non c’entrano nulla:
Le mutazioni in stile Jackson, hanno qualcosa di penoso e compresibile. Sono umane, dominate da un nonsochè di desiderante e vagheggiante, consumate nell’inseguimento strenuo – e oserei dire romantico - di un miracolo e nel pellegrinaggio di specialista in specialista, alla ricerca del santone in bianco in grado di provocarlo.
Le mutazioni in stile Jackson non sono affatto autosufficienti. Chi ha mancato di notare che ogni articolo o saggio o pettegolezzo che ne tratta avverte l’irrinunciabile bisogno di corredarsi di immagini sinottiche “prima e dopo la cura”? L’esito finale di questo tipo di mutazioni è del tutto incapace di rappresentarsi senza raccontare tutta la storia di un Desiderio. E resta comunque, appunto, storia di Desiderio, non storia di Volontà.
Le mutazioni in stile Jackson non mi sembrano rivolte alla produzione di un’icona, alla realizzazione di un aspetto fisico funzionale alle ambizioni di Star, né assimilabili a un labor limae su un immagine propria percepita come potenzialità perfettibile. Sarà perché non mirano a farsi versione idealizzata di sé, versione diva di sé, ma a farsi altro da sé e basta, dimenticarsi e sostituirsi. Prova ne sia il fatto che l’opinione pubblica guarda a Jackson come a un demente frustrato e in generale lo deride ampiamente [cosa che, per inciso, mi sembra assai stronza]. Suppongo che abbia perso più fan di quelli che ha trovato tagliuzzandosi per anni e soprattutto il risultato di tanta fatica è ancora, anzi, è soprattutto un comune essere umano.

L’artefatto Crawfordstein è tutto un altro paio di maniche. Ha pochissimo di chirurgico e fisico, non è un corpo mutato, ma un immagine perfezionata e perfezionata fino all’astrazione. E’ un obiettivo centrato in modo tuttaltro che favoloso, per nulla cenerentolesco. E’ un goal perseguito con spirito positivo, pragmatismo, fede nella disciplina e nell’etica del lavoro, la somma di una serie sforzi mirati e interventi funzionali. E’ Joan che si guarda attorno e si rimbocca le maniche con il decisionismo della massaia secchiona che si è sempre vantata di essere. E lavora. “C’è un modo giusto e un modo sbagliato di pulire una casa”, così diceva.

Sopracciglia del Crawfordstein: foltissime, come il pelo di un lupo nero. Energia naturale tutta villosa ma diligentemente racchiusa in una curva disegnata, incanalata in una traiettoria senza dubbi che niente può deviare. Nemmeno il richiamo della foresta.

Spalline del Crawfordstein: nascono come illusione ottica, rimedio naturale a un bel paio di fianchi larghi, molto solidi e sani ergo, divisticamente parlando, burini parecchio. Un trucco della nonna: nascondi il culone e trova marito. La diva esaspera le sue spalline, se le carica addosso aguzze, angolose, decorate e esotiche, una stranezza da ricchi o una corazza da guerra. Di fatto le spalline di Joan Crawford hanno qualcosa di terribilmente arrogante e insieme disciplinato. Spalle in fuori e busto ben dritto, come a tavola o in caserma. Una postura contrapponibile alla deliziosa gobbetta Harlow, che infatti allude a una sensualità strascicata e molle, perfettamente assente nel Crawfordstein.

Bocca del Crawfordstein: Che dire che non sia già stato detto sulle labbra di Joan Crawford? Sono le più stupefacenti della storia del cinema, si sa. Ho letto da qualche parte che hanno assunto quella forma impossibile in seguito ad un intervento per incapsulare i denti. I denti del Crawfordstein sono essenziali.
Il suo sorriso è il monumento sfavillante a tutto ciò che è ordinato e implacabile. Una fila regolare di grandi zanne quadrate tutte unite, senza spazi fra l’una e l’altra. Dà l’idea di un blocco di smalto unico, scolpito abilmente per rendere la mera illusione di trentadue elementi distinti e inchiodato in gengive umane, così che si possa mostrare in sorrisi improvvisi, bianchissimi e plastici, perfetti per sgomentare e annichilire le folle.
[Sono sicura che il Crawfordstein potrebbe anche staccare quattro o cinque falangi con un morso solo allo stolto che avvicinasse troppo la mano alle sue divine fauci, anche se naturalmente non farebbe mai nulla del genere, essendo una signora. ]
Denti così starebbero benissimo inquadrati in dettaglio, stampati in una foto opaca dai contrasti intensi e dai grani grandi, grosso formato, appesa accanto alla documentazione di una qualche atrocità al Napalm nel corso di una mostra di Talbot. Purtroppo però, nelle foto pubblicitarie, la Crawford ride solo molto raramente.

Faye Dunaway non era l’attrice adatta a interpretarla: aguzzo il mento, stretta la faccia, figura complessivamente troppo moderna, e soprattutto, soprattutto, denti non altezza. Malgrado questo secondo me quella sequenza iniziale dice molte cose sull’essere Joan Crawford e sul possedere un certo tipo di dentatura.

Devo assolutamente ricordarmi di fare una lista di altre dive che hanno denti così [sospetto seriamente che sia una cosa diffusa]. E di prendere un dvd di Mommie Dearest.
















Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:18 | link | commenti (2) |

24/06/2004

Formaldeide

Fake : con i litri di cera sciolta che ardono nei miei ceretti potrei foraggiare un club bdsm per i prossimi sei anni
L'Onanista Neurale:
io la userei come frase inzio di un romanzo di successo
Fake: Si? Titolo del romanzo?
L'Onanista Neurale: mmm... non saprei
Fake: "Formaldeide"? "Freakshow?"
L'Onanista Neurale: Formaldeide!

Fra qualche lustro, compratelo. Il titolo lo sapete.






Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:23 | link | commenti (2) |

21/06/2004

Fake

Non avevo idea che fosse passato un mese dall'ultima volta che ho scritto qui. Naturalmente c'è di mezzo la peste del giorno, avvinghiata alle ruote della mia macchina da scrivere, macchina da disegnare, macchina da confessare, macchina da sussurrare come ai vecchi tempi si faceva al buio.
Ma è anche che mi si è fermato il tempo allo scadere delle due settimane necessarie a cambiare pelle. Scrivo molto più lentamente, con una goffagine pallida. Il mio vestito di me è rimasto in terra e io sono stata seduta a fissarlo più del tempo che occorre a riconoscermi in condizioni di luce accettabili.

L'unica necessità a cui obbedisco sempre è quella dell'abbandono.
Chi mi conosce ha sospettato.

Ci sono parole invece, accatastate nella mia fossa, mischiate, sciolte. Nulla a che vedere con l'ordine che c'è qui, con questa assenza di suono, nera. Con il bolo di amore negato che ho dato all'elettricità e ai misteri della mia macchina da piangere. 



Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 23:51 | link | commenti (5) |