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|Adopt a Fake|

 

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26/09/2004

Cinecrofilia 1/n

Vediamo un uomo biondo, capelli corti taglio retrò non ancora impomatato, seduto al tavolo di una taverna che potremmo dozzinalmente accontentarci di interpretare come “antica” e “transilvana”. Quando l’inquadratura si allarga ci rendiamo conto che la taverna finto antica e finto transilvana è un set, e non dei più lussuosi. Badandoci bene, notiamo anche che l’uomo è un Klaus Kinsky visibilmente provato.

Sarà mezzogiorno. Kinsky è assonnato e indossa qualcosa di bianco. Sulla sedia vuota accanto alla sua è disordinatamente riposta una camicia di forza di scena. Stringe gli occhi - liquidi e crudeli, i migliori del mondo, sempre dolenti, sempre - per difenderli dalla poca luce che filtra nello studio. Tenta a più riprese di catturare una mosca che gli ronza intorno, ma i suoi riflessi accusano una notte brava e alla fine non può far altro che fissarsi con espressione istupidita sul volo dell’insetto che gli sfugge, in allontanamento verso la posizione di regia.

Kinsky non crede nel progetto, questo è l’antefatto. Kinsky non crede in El Conde Dracula malgrado gli abbiano assicurato che la scena dei lupi ricondurrà la pellicola nella correttezza filologica da cui si allontanerà in ogni altro fotogramma. Del resto è un film di Jesus Franco, anche se qualcuno – sbagliando - dice il migliore. Kinsky non crede nei film che gira, ci lavora. Ha già deciso cosa rispondere quando lo intervisteranno: dirà che lui è un grande attore, il più grande, e che non ha mai badato al valore intrinseco di una pellicola. Dirà che ha sempre e solo girato per soldi, anche con quella mezza sega di Werner Herzog. Non sappiamo perchè Kinsky faccia questo.

Cambio di fuoco prima del controcampo, seguendo con lo sguardo la traiettoria della mosca Kinsky si è accorto di qualcuno, uno spettatore che osserva le sue smorfie. La mosca che non è più lì, è come scomparsa.Vediamo lo spettatore- altissimo, bellissimo. La sua figura è naturalmente austera, crudele come quella di un istitutore cattivo, di un signorotto in soldi che passa in rassegna i braccianti. Porta con maestria un eccesso di eleganza che risulterebbe tracotante e buffonesco indosso a chiunque altro. Gli occhi sono neri e formali, pieni di storia, e il naso si getta sui baffi grigi con una curva ripida e nobile. Il suo mezzo sorriso tuttavia è inaspettatamente gentile. E’ Christopher Lee e si erge in quasi centonovanta centimetri di fascino ammuffito. Kinksy, che non è poi così alto, biascica fuori campo un’imprecazione orribile.

Lee si porta alla bocca un pugno e dopo aver emesso un piccolo colpo di tosse [probabilmente una persa per il culo] lo lascia ricadere lungo il fianco, ancora chiuso. Il terribile sorriso gentile precipita verso una paurosa mitezza.

Ma passiamo alla soggettiva, facciamo finta di essere Sam Raimi, passiamoci con una ventata di sorprendente dinamismo. Siamo partiti dai baffi di Lee, ora gli vediamo i piedi. Lee si è avvicinato durante l’acrobazia di camera, scosta una sedia e si accomoda al tavolo di Kinsky. Naturalmente tutto ciò non è che un pretesto per far notare con un certo sensazionalismo che Kinsky è scalzo e ha due pollici per piede.

Lee inspira con tutto il sussiego di chi sta per pronunciare la parola del secolo. Kinsky con l’aria avvizzita di chi ha fumato troppo.

Lee ha il suo sguardo Dracula e quella mostruosa smorfia da buono sulle labbra. ”succederà anche a te” prevede, contegnoso come una sibilla.

Kinsky ride sottovoce ma il dracula gentile posa la mano – sempre quella, sempre chiusa – sul tavolo e la apre. Le dita sono candide e spettrali come fiori subacquei, e la mosca a lungo cacciata scivola giù dal palmo e cade sul legno davanti a Klaus Kinsky, morta stecchita.

Christopher Lee si passa la lingua fra i denti e per un istante abbiamo l’impressione di sentirla frusciare. Kinsky stacca una zampa alla mosca e la osserva con attenzione stranissima, come se fosse qualcosa di splendido, di importante, di perfetto.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 21:42 | link | commenti (8) |

25/09/2004

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:09 | link | commenti (2) |

 la fica

 

 

C’è una scena di un romanzo di Doris Lessing [o forse in un suo racconto, non ricordo] in cui la protagonista va a un convegno di sessuologia.

I relatori – maschi, nota lei – spiegano con accademica sicumera che l’orgasmo vaginale non esiste. La protagonista ovviamente è perfettamente conscia del livello di criminale mendacia contenuto in una simile affermazione, ma non si alza per controbattere. Se ne va così, in silenzio, rimuginando femminismi artistici e profondità fuori moda. Segue digressione/lessing sull’orgasmo vaginale che non ho voglia di riassumere.

 

2

Sono davvero molto giovane e sono i novantaqualcosa, ho sedici anni circa.

 

Un giorno chissà come capita nella mia aula un brevissimo pamphlet intitolato [non lo scorderò mai]:  “Freud padre del mito dell’orgasmo vaginale”. Al momento io riemergo giustappunto dalla lettura di quel penoso resoconto freudiano del mito platonico sui sessi, nonché e guardacaso, del simposio, pertanto ho marchiato il padre della psicanalisi col titolo definitivo di “greve ignorantone” e accolgo con partigiano senso di fratellanza intellettuale qualsiasi scritto che  lo screditi. [come ho detto sono davvero davvero molto giovane]

 

Tali premesse stanti, mi accosto all’articolo con la massima simpatia, cadendo in uno stupore deluso laddove mi insegna come le donne “che affermano di aver avuto orgasmi vaginali” siano troppo “alienate” dal proprio corpo per bene interpretarne i segnali.

 

Confusissima dunque,  mi rivolgo ai compagni di classe che nel frattempo hanno elaborato una teoria d’acciaio per negare quanto teorizzato da questa prodiga figlia di Freud padre. Scopro così che i ragazzi di buona famiglia, per nulla analfabeti, niente affatto triviali o degradati, dubitano del monopolio clitorideo ..  non perché sia la cazzata che è, ma perché l’autrice è una separatista lesbica : quindi che ne sa?

 

Io ho sedici anni circa. Non so se devo mettermi o meno a spiegare a costoro che lesbismo e orgasmo vaginale non sono incompatibili.  Drammino.

3
Anni dopo, oggi, racconto l’episodio liceale a questo tale Ma. pseudoamico con velleità parassitario-amorose progressivamente amplificatesi nel corso del mio divorzio.

Lui come sempre ha l’aria di chi ne sa più di tutti. Accondiscende.

[ garbato:]

 la fica è la cosa più nominata e più fraintesa del mondo ,

[insieme ai film molto violenti :  fin qui ci intendiamo , però siamo in tema di fica e scatta il poeta:]

Il Femminile [la fica? Il ricettivo? Sospettare è lecito, indagare non è dato: il poeta non si interrompe] è incarnazione del Naturale,

[ah.]

luogo dell’istintuale

[mbeh]

La donna è creatura lunare, misterica

[mecoioni]

La fica? pure.

[il punto]

Incomprensibile e fascinoso, lucido profumato pantano e pozzo, senza trasparenze, in cui annegare incoscienti, senza più luce alcuna, e inghiottiti dissolversi, dimenticare e nascere.

Nota bene:

a questa immagine nebbiosa e nauseante si contrappone il mondo visibile della razionalità virile, aderentissimo al fallo come strumento di perpetuazione e piacere

 

[così dice il poeta, che con apparente disprezzo della sua linearità elementare sta in verità considerando il cazzo  scopo e misura della fica, come se oltre il suo complemento dato esso non potesse darsi].

 

Soprattutto dice [cioè canta] che il bello della fica è esattamente nel fatto che non si capisce poi molto di lei.

 

 

 

 

 

Il semplice pensiero di dover spiegare a questa gente che sia la fica mi delude e mi snerva.  


Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 01:05 | link | commenti (8) |

13/09/2004

cinque cose che ho capito nel fine settimana

 

#1 Parlare delle ferite, delle piaghe fori orfizi spiragli, è cosa assai ardua, ai margini dell’impossibilità. Più che un argomento di dibattito sono un magnifico pretesto. Per dire tutt’altro. [e stare in allegria comunque, percarità]. Per quanto mi impegni a seguire una via pulita e intenzionale, qualunque conversazione io intraprenda sull’argomento finisce cannibalizzata dalle associazioni di idee e dalle ramificazioni limitrofe. Non può non esserci un perché.

#2 Tokyo Fist è uno dei miei film preferiti, infondo. Ma è una preferenza timida, insospettabile, spesso rinnegata in favore di candidature più fluenti, veloci e godibili. La mia relazione con Tokyo Fist somiglia a quella che si potrebbe avere con un esemplare della mia stessa specie. Fredda attesa dei rari e folgoranti momenti marcanti lento decorso delle loro conseguenze, che poi saranno altre rarità e folgori e...

#3 Io e l’A. in fatto di donne non abbiamo gli stessi gusti. Esattamente come in fatto di uomini. Il tempo che sgocciola e incanutisce e piega non ha cambiato questo. Mi chiedo fino a che punto questa specie di legge – ormai inconfutabilmente dimostrata – abbia influito nella costruzione del nostro legame aminotico.

#4 Se la divina Rrose dovesse trovare sessualmente insignificante Kakihara [non l’ottimo – e pur appetibilissimo - blogger, bensì il fascionoso platinato sfregiato alla vostra destra] parte del nostro misterico allineamento subirebbe uno slittamento fatale, finendo con l’ostacolarmi, temo, nella già impervia scalata all’asse ereditario dell’amabilissima Zia. Dio non voglia.

#5 L’Alieno e il Pipistrello non era affatto stato rubato/smarrito in quel di umbria jazz: un premuroso trolley lo aveva semplicemente conservato perché potessi fare delle sue prime pagine, al momento del bisogno, un suggerimento contortamente illuminante sul mio rapporto [poco sereno] con la folla di estranei che mi cammina lontano, vicina solo agli occhi. [di questo sento il bisogno di scrivere e lo farò, non appena il pesante rincoglionimento in cui verso attualmente mi concederà una tregua.]

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 22:24 | link | commenti (14) |

03/09/2004

Two heads are better than one*

Siamesi Polposi: Basket Case [F.Henenlotter, 1982]

Dedicato a Herschell Gordon Lewis e girato al limite del dilettantismo ma con un certo stile e da Frank Henenlotter [giuro che cercherò un link decente] all’alba degli anni ottanta. Separati contro la loro volontà, Duane e Belial Bradley sono due fratelli molto legati. Dwain è grazioso ed educato, genere fidanzato timido, ha sempre con se una cesta di vimini. Belial è una cosa gommosa grande quanto un terrier liquefatto ma con le manone, originariamente attaccata al tronco del fratello e attualmente alloggiata nella cesta. Le sue inclinazioni sono comprensibilmente rancorose e violente, da cui il prevedibile sviluppo di omicidi seriali. Belial ha le sue ragioni perché è stato gettato nella spazzatura dopo l’operazione, come un aborto tardivo. Si era dato per scontato che fosse il fratello a non avere alcun bisogno di lui, ma solo il sangue sa cosa può fare di ciascuno un individuo integro ed equilibrato. La natura dei legami viscerali sfugge agli osservatori, popolarmente: la gente non capisce mai quando non è il caso di immischiarsi. Relazioni apparentemente deleterie, irrazionali e morbose hanno il diritto di proseguire se chiamate a gran voce. Mai separarsi dalla propria parte ributtante quando non si aspira a finali grand guignol. I fratelli sopravvivono a almeno due sequel. Il secondo non l’ho mai visto – la vhs l’ho prestata a un amico, circa 4 anni fa. Il terzo è demenziale, Belial però in questo episodio è molto più maturo: se nel primo film disseziona la tipa del fratello colpevole di essersi introdotta nella loro intimità, qui si fa una famiglia con una ragazza come lui [!!!] dandole pure un numero imprecisato di figli [identici ai genitori, non so se è effettivamente possibile ma ammetto che sembra altamente improbabile].

Siamesi Romantici: Lower Bert [Feldstain/Davis, Tales from the Crypt #33]

Myrna ai suoi tempi è stata mummificata viva da un faraone respinto. Enoch è l’abominevole Two-headed Man conservato in formaldeide. Insieme sono le star in un side show anni 50 diretto da un sedicente egittologo e da un imbonitore senza scrupoli. Sistemati ai due punti diametralmente opposti dell’arena non fanno che fissare l’uno le orbite morte dell’altra e Amore, si sa, passa dagli occhi. Resuscitati in una notte buia e silenziosa i due riescono a dar seguito alla propria passione con l’inconsapevole complicità di un giudice di pace cieco, a malapena insospettito dal tanfo degli sposi. Enoch è presentato come un unico individuo, anche sua madre si riferisce a lui al singolare. Myrna sembra essersi innamorata di un unico cadavere, eppure le facce sono identiche, gli occhi sono 4 ma sembrano tutti espressivi al medesimo grado [considerando che si tratta di uno zombi non molto elevato]. A volte va così, due cervelli e nemmeno un conflitto. Però c’è un canovaccio romantico che associa nel massimo candore il sesso più proibito che ci sia, quello necrofilo, e l’accoppiamento legale del matrimonio: all’apice della masturbazione potrei asserire che la vera storia di siamesi mostruosi sia proprio questa.
Una nota curiosa: il frutto degli amplessi decomposti di Myrna ed Enoch sarà nientepocodimenoche The Vault Keeper, figlio deviante ma pur sempre legittimo [ cfr: l’immacolata concezione del nostro Zio Tibia, venuto su dal rogo del dungeon in cui uno pseudo mad doctor collezionista di mostri tratteneva le sue creature].

Vorace : L’Orribile Gemello [R.Bloch, 1939]

Incantevole raccontino dal padre di Norman Bates, secondo me abbondantemente ispirato da Freaks [naturalmente non dalle graziosissime sorelle Hilton]. Una “meraviglia senza braccia” scrive con i piedi la strana storia del signor Vomar, come lui ospite della pensione per freaks in cui alcuni artisti mutanti dei side show stagionali trascorrono l’inverno. Vomar è un bel giovane sfigurato da un ventre incredibilmente prominente, sotto gli abiti nasconde infatti un minuscolo gemello [poco più piccolo di Belial credo] simile a un neonato deforme. Costretto ad esibirsi dalla tragedia economica del ‘29 ma fondamentalmente introverso, Vomar non partecipa alle allegre scorpacciate fra colleghi e resta chiuso nella sua camera, rifiutandosi di diventare uno di loro e guadagnandosi l’antipatia e il sospetto di tutti. Ad onta della fama di misantropo, quando il narratore gli propone uno scambio di libri e viene invitato a visitare la sua stanza, Vomar si rivela colto, bibliofilo e appassionato di teratologia. In breve seguono anche rivelazioni meno piacevoli: l’uomo sul ventre è perfettamente senziente, parla, usa aspirare l’energia e le conoscenze del fratello più grande e, last but not least, non è contento della convivenza e intende separarsi. Cosciente dell’impraticabilità della via medica alla scissione il perfido piccoletto ha predisposto un inquietante piano b e curato per interposta persona la sezione esoterica della biblioteca di Vomar. Lo troveranno a missione compiuta, cresciuto e pasciuto, tutto intento in soliloqui sul cadavere rinsecchito del fratello. Tanti dettagli ne fanno più il resoconto di una solitudine depressiva che non di un legame morboso. La trama pura è praticamente l’opposto della storia dei Bradley, pur facendo ricorso al medesimo stereotipo : l’entità fisicamente più debole ricorre al centro misterioso del vincolo biologico per far valere la maggiore personalità. Qui non c’è intromissione, per vigliaccheria del narratore che pur intuendo l’abuso si è lasciato sopraffare dall’angoscia, ma soprattutto perché l’intervento della specie umana è già stato valutato e giudicato impossibile. In questo caso la natura dei legami viscerali è sfuggita a tutti, gemelli compresi, visto che il superstite non sembra granchè autosufficiente. Naturalmente ci si chiede se l’operazione sia stata scartata solo per non sacrificare il cattivo. Molto bella anche come storia di vampiri non glam, anti - pizzi e seduzioni.

*il primo post per cui mi sono fatta seriamente il culo a trovare in rete le immagini di Myrna e Enoch. Una fatica porca, ma il mio Duane apprezzerà. 


Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 00:28 | link | commenti (15) |

01/09/2004

Devo sempre aspettare che sia notte per fare tutto. Come per i vampiri la luce è un’attesa, un sospeso militare, a buon rendere, ma più frivolo. Dopo la lunga chiacchierata ero così prossima alle dolcezze del sonno che stavo per andare a dormire con i capelli pieni di crema. L'acqua in testa mi ha svegliata e vorrei ricominciare a parlare, chiarire l'ovvio e districare le omissioni. Il mio confessore siamese però è andato, perlomeno non posso fiutare le sue tracce di vita. Non sto guardando il poliziottesco su rete 4 e All Night Long 2 – uno dei pochi rape & revenge al maschile- mi ha delusa, per via della penuria di sesso e violenza. Detesto il taciuto. Il quoziente di verità nelle altrui supposizioni è incalcolabile, per stabilirlo bisogna fidarsi. Mi prendo una consolazione splendida come se l’avessi comprata e vado a dormire.

Sentenziò Gloucester prima di andarsene | 02:20 | link | commenti (10) |