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[Near Death Happiness]
Non so perché a volte faccio a meno dei sottotitoli. Mi distraggono, forse li collego inconsciamente al chiacchiericcio dei bisbigliatori logorroici da sala. Mi irritano e basta.
Guardavo così STACY – the attack of schoolgirls zombies.
Non conosco una sola parola di giapponese e ho smarrito da qualche parte le lievi memorie della recensione che deve avermi spinta a procurarmelo. Supponevo si trattasse di un trash, e in un certo senso è così. Le stigmate del low budget con buone idee ci sono tutte: qualche soluzione di regia provvisoria, quel poco di déjà vu non ascrivibile all’intenzione citazionista [pure quella perfettamente b-non-più-b], gli inserti demenziali talora un po’ stranianti, lo splatter abbondante e onorevole anche se dilettantistico, e – primo vero purtroppo - attori la cui incapacità attraversa il baratro linguistico senza intoppi pur di sedermisi sulle ginocchia, discreta come una pornosegretaria assai B.
L’esile versione della trama per come l’ho capita in giapponese mi è stata confermata dalle recenti ricerche su internet. A dispetto del titolo, che prometteva sangue caciarone e balasamico da versare sul mio morale a terra, si tratta di una storia malinconica che sprizza metafore cupe da tutti i pori. Voilà:
Per motivi non meglio identificati le ragazze giapponesi adolescenti si trasformano in zombie. Dopo una rapidissima morte risorgono come cadaveri antropofagi e vagano con le loro delEziose uniformi scolastiche divorando quel che di vivo gli capita a tiro. Unica avvisaglia dell’imminente decesso è la cosiddetta “near death happiness” , una sorta di immotivata euforia che si impadronisce delle STACY – nome in codice per teenager risorgenti – appena poco prima della mutazione. Il commando d’emergenza Romero provvede a quel punto a trovare e abbattere a fucilate le fanciulle putrefatte in un tripudio di amputazioni, ossa, viscere e grandi calibri. Fin qui lo sfondo: un vero spasso. Orbene, un silenzioso artista di mezza età, creatore di marionette [prego ammirare l'unica di cui ho trovato la foto sul web] bellissime e lugubri, cade in una straziante infatuazione humbert humbert per una STACY in uniforme in piena NDH, che desidera essere uccisa da lui al momento opportuno. I due trascorrono insieme il lasso di tempo che separa l’entusiasmo artificiale della ragazzina dalla sua trasformazione in un morto vivente, consumando un amore crepuscolare e del tutto privo di speranza.
Bene, ok, non è proprio Terror Firmer ma nemmeno il soggetto più triste che abbia mai sentito. E’ emotivamente interessante ma non sembra il genere di cosa che possa infettarmi di tristezza davvero, soprattutto perché il film a tratti è schiettamente esilerante. Lo guardo serenamente, godendomi le pubblicità di armi dal design mattel che la televisione consiglia a chiunque abbia una scolaretta in casa. Senonchè L’ Humbert nipponico a un certo punto allestisce per la sua Lolita uno spettacolo di marionette, mette in scena una storia abbastanza triste da sfondare l’euforia posticcia, per levarle dalla faccia il sorriso implacabile che la condanna alla morte e dopo al peggio.
Non ho afferrato completamente, ho solo guardato le marionette agitarsi sul palcoscenico piccolo piccolo e blaterare in giapponese. Un gatto e un ragazzo sono amici, la loro storia è unica e silenziosa e stanno sempre insieme. Un giorno però il gatto torna senza una zampa. Qualunque cosa sia successa, il ragazzo non ha saputo proteggerlo dall’amputazione, è disperato ma impotente. Io invento nei suoi gesti un vago senso di colpa. L’animale fugge e il suo amico lo insegue in un bosco Biancaneve con querce scheletriche viola a cui il burattinaio inginocchiato oltre sipario imprime una rotazione forsennata. Scoppia pure il temporale e lui non trova il suo gatto, si perde nella foresta nera. A un certo punto, sotto fulmini e tuoni, il ragazzo si trova davanti a una grande carcassa. Il cumulo inerte di macerie è un corpo meccanico? Onestamente non lo so, era cartapesta e io non so il giapponese, così l’ho interpretata come astronave caduta: immagino non sia così ma il film vero lo vedrò un’altra volta, con i sottotitoli e tutto. Quel che importa ora è che il ragazzo fissa la cosa aliena ferma e morta nel bosco, capisce qualcosa e urla l’ultima volta il nome del suo gatto. Poi c’è un altro lampo e la piccola figura oscilla e cade svenuta. Dopo il placarsi della tempesta il gatto nero ricompare, sveglia il ragazzo strusciandogli contro il muso e quello apre gli occhi e nota che il suo amico ha una zampa nuova, tutta bianca e grottescamente incollata al corpo nero… a questo punto è evidente il legame fra la carcassa nel bosco e il nuovo arto del gatto. Un genere di legame che gli ha guarito l’amico ma di cui il ragazzo non è e non sarà mai partecipe. Forse è un lieto fine, ma la zampa bianca in un certo senso li separa. È un colpo affilato fra loro. Il gatto torna a fuggire nel bosco, il ragazzo ricomincia a inseguirlo e a chiamarlo e lo spettacolo finisce.
Io sto là e piango “come una nonna”, come direbbe Kurtz. Tiro su col naso dietro la luce bluastra della tv di notte e mando ogni tanto singhiozzi bassi di petto, radissimi. La Stacy invece sparge solo una lacrima artificiale ed estetica, ma tanto ad Humbert tanto sembra bastare. Il resto del film è allegro anche se davvero leggero. Poche ore dopo il mio DVD esalerà l’ultimo respiro, ma io ancora non lo so. Near Death Happiness.
