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Cinecrofilia 1/n 
Vediamo un uomo biondo, capelli corti taglio retrò non ancora impomatato, seduto al tavolo di una taverna che potremmo dozzinalmente accontentarci di interpretare come “antica” e “transilvana”. Quando l’inquadratura si allarga ci rendiamo conto che la taverna finto antica e finto transilvana è un set, e non dei più lussuosi. Badandoci bene, notiamo anche che l’uomo è un Klaus Kinsky visibilmente provato.
Sarà mezzogiorno. Kinsky è assonnato e indossa qualcosa di bianco. Sulla sedia vuota accanto alla sua è disordinatamente riposta una camicia di forza di scena. Stringe gli occhi - liquidi e crudeli, i migliori del mondo, sempre dolenti, sempre - per difenderli dalla poca luce che filtra nello studio. Tenta a più riprese di catturare una mosca che gli ronza intorno, ma i suoi riflessi accusano una notte brava e alla fine non può far altro che fissarsi con espressione istupidita sul volo dell’insetto che gli sfugge, in allontanamento verso la posizione di regia.
Kinsky non crede nel progetto, questo è l’antefatto. Kinsky non crede in El Conde Dracula malgrado gli abbiano assicurato che la scena dei lupi ricondurrà la pellicola nella correttezza filologica da cui si allontanerà in ogni altro fotogramma. Del resto è un film di Jesus Franco, anche se qualcuno – sbagliando - dice il migliore. Kinsky non crede nei film che gira, ci lavora. Ha già deciso cosa rispondere quando lo intervisteranno: dirà che lui è un grande attore, il più grande, e che non ha mai badato al valore intrinseco di una pellicola. Dirà che ha sempre e solo girato per soldi, anche con quella mezza sega di Werner Herzog. Non sappiamo perchè Kinsky faccia questo.
Cambio di fuoco prima del controcampo, seguendo con lo sguardo la traiettoria della mosca Kinsky si è accorto di qualcuno, uno spettatore che osserva le sue smorfie. La mosca che non è più lì, è come scomparsa.Vediamo lo spettatore- altissimo, bellissimo. La sua figura è naturalmente austera, crudele come quella di un istitutore cattivo, di un signorotto in soldi che passa in rassegna i braccianti. Porta con maestria un eccesso di eleganza che risulterebbe tracotante e buffonesco indosso a chiunque altro. Gli occhi sono neri e formali, pieni di storia, e il naso si getta sui baffi grigi con una curva ripida e nobile. Il suo mezzo sorriso tuttavia è inaspettatamente gentile. E’ Christopher Lee e si erge in quasi centonovanta centimetri di fascino ammuffito. Kinksy, che non è poi così alto, biascica fuori campo un’imprecazione orribile.
Lee si porta alla bocca un pugno e dopo aver emesso un piccolo colpo di tosse [probabilmente una persa per il culo] lo lascia ricadere lungo il fianco, ancora chiuso. Il terribile sorriso gentile precipita verso una paurosa mitezza.
Ma passiamo alla soggettiva, facciamo finta di essere Sam Raimi, passiamoci con una ventata di sorprendente dinamismo. Siamo partiti dai baffi di Lee, ora gli vediamo i piedi. Lee si è avvicinato durante l’acrobazia di camera, scosta una sedia e si accomoda al tavolo di Kinsky. Naturalmente tutto ciò non è che un pretesto per far notare con un certo sensazionalismo che Kinsky è scalzo e ha due pollici per piede.
Lee inspira con tutto il sussiego di chi sta per pronunciare la parola del secolo. Kinsky con l’aria avvizzita di chi ha fumato troppo.
Lee ha il suo sguardo Dracula e quella mostruosa smorfia da buono sulle labbra. ”succederà anche a te” prevede, contegnoso come una sibilla.
Kinsky ride sottovoce ma il dracula gentile posa la mano – sempre quella, sempre chiusa – sul tavolo e la apre. Le dita sono candide e spettrali come fiori subacquei, e la mosca a lungo cacciata scivola giù dal palmo e cade sul legno davanti a Klaus Kinsky, morta stecchita.
Christopher Lee si passa la lingua fra i denti e per un istante abbiamo l’impressione di sentirla frusciare. Kinsky stacca una zampa alla mosca e la osserva con attenzione stranissima, come se fosse qualcosa di splendido, di importante, di perfetto.
